Zerocalcare al cinema, operazione riuscita

     

    Quando si approccia ad un film come La profezia dell’armadillo (dal 13 settembre nelle sale) una premessa è d’obbligo: che avesse la stessa portata rivoluzionaria del libro era impossibile. Se in questi anni il mercato italiano del fumetto è diventato il quarto al mondo, molto si deve a Michele Rech, 34 anni, in arte Zerocalcare. Lo “street poetry” franco-aretino ma romanissimo d’adozione é riuscito nell’ardua impresa di far uscire la graphic novel dalla nicchia degli appassionati, rievocando le stagioni d’oro di Tex e Corto Maltese, collegando due linguaggi apparentemente inconciliabili: quello dell’universo pop anni Novanta, fatto di Holly e Benji e zaini Invicta, e quello della cosiddetta cultura alta. Basti pensare che uno dei suoi libri, Dimentica il mio nome, l’ha portato nel 2015 tra i finalisti del Premio Strega, tecretando il suo ingresso in una rosa di autori a cui raramente i fumettisti riescono ad accedere.

    La buona notizia per i lettori è che, nonostante l’oggettiva difficoltà della sfida, il film diretto da Emanuele Scaringi non tradisce lo spirito dell’opera originale.

    Il primo punto di forza è il cast: i giovanissimi Simone Liberati (il protagonista) e Pietro Castellitto (Secco) danno prova di sensibilità e riescono a non banalizzare dei personaggi che nel libro sono tutt’altro che banali. Valerio Aprea, a cui è toccata la prova attoriale più difficile, quella di calzare i panni dell’armadillo, riesce a essere contemporaneamente onirico e reale, proprio come le paranoie che incarna il suo alter ego di carta.

    Il film ha poi un grande punto di merito: è il racconto finalmente realistico di una generazione alquanto bistrattata dai media. Rispetto a uno degli ultimi film sui Millennials, Gli sdraiati (dal libro di Michele Serra), La profezia dell’armadillo è molto più vicino alla realtà e non cede a luoghi comuni, forse proprio perché parte da un punto di vista interno e non esterno alla generazione che racconta. Parlando di cliché, è divertente il modo in cui il film riesce a smontare uno dei simboli più duri a morire quando si parla di Roma e di cinema: la Vespa. Con un semplice scambio di battute lo stereotipo si scioglie nel pragmatismo della nuova generazione. «Te sembra ‘na cosa pe’ anda’ pe’ Roma, questa?», chiede candidamente Secco a Zero; difficile, per uno spettatore che vive quotidianamente la giungla del traffico capitolino, non sentirsi più rappresentati da Secco piuttosto che dalle passeggiate sbarazzine in Vespa di Audrey Hepburn in Vacanze romane, o di Nanni Moretti in Caro diario.

    Altro punto di forza sono i dialoghi, mai scontati. Il film non è – come alcuni temevano – un frullato di scene e situazioni tratte dai libri, dal primo all’ultimo (Macerie prime, uscito in due parti tra il 2017 e il 2018); al contrario, vi strizza l’occhio ma dà una nuova linfa a quei contenuti. A un certo punto, prendendo spunto dal mammuth conservato a Rebibbia, si parla dell’estinzione (pericolo ambientale di piena attualità), e un tema collettivo come questo diventa individuale, incarnandosi nella figura di Camille, la ragazza di cui Zero è innamorato. Lui dice che i mammuth si sono estinti a causa delle orecchie troppo piccole e delle zanne. «Se ci nasci, con le orecchie piccole e le zanne, te le devi tenere. Ti tieni tutto», risponde Camille, e sembra parlare di se stessa. Il suo personaggio è il simbolo di una purezza destinata a estinguersi in un mondo regolato dalla legge del più forte. O a resistere, a restare motivati. Questo invita a fare la canzone che lei gli fa sentire: «Motivé, il faut rester motivé». Bisogna restare motivati.

    di Valentina Mira

     

    Le clip del film

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