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    White Album: dai Campi Elisi a nuove mete, senza mappa

    Fotografia: I Beatles (Jeremy Neech)

    di Maurizio Ermisino

     

    Il 22 novembre del 1968 usciva quello che è considerato uno dei grandi capolavori dei Beatles. Eppure, più che il lavoro di una band, il ‘White Album’ è la somma dell’arte di quattro talenti individuali. I Beatles del 1968 erano ancora una band, ma erano già divisi da profonde ostilità, e ognuno proiettato verso il proprio mondo. Durante le lunghe registrazioni di ‘The Beatles’ (questo il nome ufficiale del disco), molte volte i quattro non erano nemmeno presenti contemporaneamente in studio. John, Paul e George si trovavano spesso in tre studi differenti, e George Martin, il loro produttore, era costretto a fare la spola tra essi. Poi, c’era lei. Ad Abbey Road quella di Yoko Ono, la compagna di John, era una presenza costante; era una musa per lui ma una fonte di tensione, per gli altri: dopo una session di registrazione, John non chiedeva un parere a Paul o a George, ma a Yoko.

    Le registrazioni dell’album iniziarono il 20 maggio 1968 ma la storia del White Album partì nell’estate del 1967, quando i Beatles incontrano il guru Maharishi Mahesh Yogi. Credevano di trovare in lui un sollievo dalle ansie della celebrità. Così nel febbraio del 1968 si ritrovarono da lui in India, a Rishikesh, 300 chilometri a nord di Delhi. La meditazione faceva scrivere a John testi cupi, come quello di ‘Yer Blues’, con quella frase tetra “I’m so lonely I want to die”. Con loro c’era Prudence, la sorella minore di Mia Farrow, che si rifiutava di uscire dal suo bungalow: per lei John scrisse ‘Dear Prudence’, e quel verso “Won’t you come out to play”. Dopo cinque settimane i nostri non avevano ancora trovato la “Risposta” che cercavano e cominciavano a pensare che il Maharishi si facesse fotografare troppo spesso con loro.

    Decisero di andarsene, e nel viaggio di ritorno John scrisse una canzone, molto sboccata, su di lui. Lo convinsero a togliere le imprecazioni e a cambiare titolo, in ‘Sexy Sadie’. Con queste canzoni, e molte altre, i Beatles tornarono al lavoro al nuovo studio di Abbey Road. ‘Everybody’s Got Something To Hide Except Me And My Monkey’, scritta da John, tra le sue chitarre acide, parlava dei babbuini che gli rubavano la colazione in India, ma anche di quella Risposta promessa e mai rivelata, e ‘I’m So Tired’ delle ore di insonnia passate da solo nel suo alloggio.  C’era un altro gioiello, ‘Happiness Is A Warm Gun’. Il titolo era tratto da una rivista di caccia americana, e sembrava fatto apposta per gli assassini di personaggi pubblici che stavano accadendo in quel paese: iniziava come una canzone d’amore per poi entrare in un mondo surreale (“mother superior jumped the gun”) per diventare un pezzo soul acido e straniante.

    Quell’estate del 1968 era molto diversa da quella del 1967, passata alla storia come la Summer Of Love. Ora la parola chiave era Rivoluzione: c’erano state quelle di Mao e di Dubcek, a Parigi, a Londra e in America si manifestava contro il Vietnam, in aprile era stato assassinato Martin Luther King, due mesi dopo Bobby Kennedy. Il primo brano su cui i Beatles iniziarono a lavorare era di John e si chiamava proprio ‘Revolution’: era il suo punto di vista, una satira sui giovani rivoluzionari middle class con il poster di “Chairman Mao” sulla porta della propria cameretta. La canzone si chiudeva con un ambiguo “you can count me out…in” (potete considerarmi fuori… dentro).

    Durante le registrazioni c’era tensione nell’aria ma c’era anche un incredibile quantità di materiale registrato, che suggerì di uscire in un formato inconsueto per l’epoca, il doppio album. George Martin restava dell’idea che dovessero essere scelte le migliori canzoni, e confezionare un album al livello di ‘Sgt. Pepper e Revolver’ ma i 4 Beatles erano risoluti: andava inserita ogni cosa. Mentre le registrazioni stavano per concludersi, ci fu il fulmine a ciel sereno: Ringo Starr, il batterista, il collante del gruppo, comunicò che voleva lasciare il gruppo. Stava suonando troppo male ma i tre gli scrissero una lettera d’amore: il suo ritorno diede un nuovo slancio alla band.

    Il 13 ottobre, registrata la trentaduesima e ultima canzone, dopo cinque mesi di lavorazione, il nuovo album dei Beatles era pronto. L’ultima canzone, in fondo, era il primo brano da solista di John: ‘Julia’, dedicata alla madre scomparsa dieci anni prima. Il disco doveva chiamarsi ‘A Doll’s House’, titolo dal sapore ibseniano, ma fu scartato perché utilizzato da un’altra band, i Family. La copertina (ideata da Alan Aldridge, il grafico del logo Apple Corps) doveva essere come un calendario dell’Avvento, in cui ogni casella, aprendosi, rivelava un’immagine legata a una canzone. Ma era troppo complessa: così ecco una copertina bianca (creata da Richard Hamilton), con la scritta The Beatles in rilievo, e un numero di serie, come un’opera a tiratura limitata. Era nato il White Album.

    Era l’album di una band ma anche un piano di scioglimento. Ascoltando il White Album si ha l’idea che John e Paul stiano andando ognuno per la propria strada: Lennon, con Yer Blues, Happiness Is A Warm Gun, Revolution, acide e irriverenti; McCartney con Martha My Dear, la giocosa Ob-La-Di Ob-La-Da, la delicata Blackbird. E poi c’erano quelle canzoni che ancora facevano sembrare i Beatles una band. La spregiudicata ‘Why Don’t We Do It In The Road’, e la monumentale ‘Helter Skelter’, probabilmente il primo pezzo heavy metal della storia, erano scritti da Paul ma erano dei pezzi rock dritti e duri, alla John. Per contro, ‘Back In The USSR’ di John, con echi di Chuck Berry e i Beach Boys, era così surreale da sembrare un brano di Paul. E così la ninna nanna ‘Good Night’, di Lennon, sembra un brano stile McCartney. Ma nel White Album ci sono anche canzoni di Ringo e di George, che per la sua While ‘My Guitar Gently Weeps’, un messaggio di saggezza senza tempo (“Da ogni errore noi sicuramente impariamo qualcosa”) affidò la chitarra solista a Eric Clapton. Il White Album uscì il 22 dicembre del 1968 e nessuno pensò alla tragedia imminente, a una band che stava per spezzarsi. Le critiche furono migliori anche di quelle di Sgt. Pepper, e ci fu chi paragonò Lennon e McCartney a Schubert.

    Lo scorso 9 novembre sono uscite una serie di edizioni del White Album, con le 30 tracce dell’album presentate in un nuovo mix stereo e surround 5.1 realizzati dal produttore Giles Martin e dal mix engineer Sam Okell, affiancate da 27 demo acustiche e 50 versioni alternative, la maggior parte delle quali mai pubblicate prima d’ora. Ci sono anche gli Esher Demos, nati quando i Beatles, prima di entrare in studio, si riunirono nella casa di George ad Esher, nel Surrey, dove registrarono le demo acustiche per 27 canzoni. Tutte le 27 registrazioni provengono dai nastri originali a quattro tracce e sono incluse nelle nuove edizioni Deluxe e Super Deluxe. Di queste solo ventuno vennero poi registrate nelle successive sessioni in studio e solo diciannove vennero infine completate e incluse nel White Album. Paul McCartney parla così oggi del White Album: “Avevamo lasciato la band del Sergent Pepper che suonava nei suoi soleggiati Campi Elisi e ora ci conduce verso nuove direzioni senza una mappa”.