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    VISTO DA MAXIM/ Undine, l’eterno amore tra terra e acqua

    Fotografia: "Undine - Un amore per Sempre" di Christian Petzold (Europictures, ©Christian Schulz ©Schramm Film)

    UNDINE – UN AMORE PER SEMPRE – Regìa di Christian Petzold, con Paula Beer, Franz Rogowski, Maryam Zaree, Jacob Matschenz, Gloria Endres de Oliveira. Drammatico, fantastico. Germania, Francia. Durata 90’.

    Full immersion nel cinema travolgente. Non quello dei Marvel, delle missioni impossibili o di James Bond ma in quello d’amore. Quieto ed evocativo come l’Adagio di Johann Sebastian Bach nel piano di Víkingur Ólafsson che qua fa da basso continuo, inesorabile come il compiersi d’un destino scritto con parole arcane. Undine (nelle sale dal 24 settembre) è uno di quei film che lasciano il segno. È diretto da Christian Petzold, sessantenne tedesco autore fino ad oggi di nove film poco conosciuti dalla platea italiana più popolare ma distintosi negli anni quale esploratore della morte, meglio, di quel mondo-limite fra la vita e la morte. Con l’amore, oggi, protagonista di una storia non dimenticabile.

     

    Tre opere liriche, una sonata, un balletto, un dramma teatrale, due cortometraggi nel cinema muto, un racconto romantico in letteratura: tutto attorno alla figura di Undine – figlia del Re del Mare e spirito  acquatico d’epoche remote, folk  europeo acquisito pure dalla tradizione germanica – che aspettava il film di Petzold per assumere una nuova identità in un attualissimo contesto berlinese. Dove la protagonista che porta quel nome è l’attrice Paula Beer, capelli rossi, occhi verdi, di suggestioni pari al suo personaggio tanto da aver meritato l’Orso d’Argento all’ultimo Festival di Berlino dove il film è stato, appunto, presentato.

    Undine-Beer lavora al Märkisches Museum di Berlino e racconta ai visitatori l’evoluzione architettonica della città dalla sua riunificazione ad oggi. La troviamo là, ma non è un giorno qualsiasi perché poco prima Johannes (Jacob Matschenz), il fidanzato che le ha giurato amore eterno, l’ha lasciata per un’altra e lei, come si dice, s’è un po’ incattivita, tanto da vaticinargli morte sicura. Rientrata nel museo, però, incontra Christoph (Franz Rogowski) e da adesso in poi la realtà e la stabilità psicologica dei entrambi va in frantumi, proprio come l’acquario esplosivo-esplodente che li fa incontrare e amare: in un rapporto fatto di incastri, segni, simboli, incursioni nelle aree più inquietanti e rarefatte del fantastico e, al tempo stesso, nei più romantici e struggenti  trasporti sentimentali. Ma con un evento che potrebbe cambiare drammaticamente il corso delle cose e generare altri eventi, diciamo così, scatenanti.

     

    Un amore come pochi, potete starne certi. Anche oltre la dimensione stessa dell’amore. Vale la pena di scoprirlo al cinema, senza ulteriore informazione su una storia che accede a una specie di mitologia contemporanea intercettando una miriade di spunti, indizi e cifre nel solco delle sue precedenti interpretazioni artistiche. Il risultato? Implacabilmente seduttivo, allucinatorio, a momenti ipnotico. Inclusi i modi di costruirlo, la narrazione concentrata e compressa, le trovate visive, il plastico berlinese che, come in Google Heart, zooma sulla vita reale, le epoche che si accavallano fra il terrestre e l’acquatico, tra materia solida e liquida, tra evidenza e trasparenza. E quell’acqua dalla quale Undine forse proviene e nella quale vuole probabilmente tornare dopo aver compiuto la sua missione a metà cammino tra la passione e la vendetta.

    Piani sui quali si giuoca tutta la vita dei personaggi  nella polivalenza di un racconto carico di influenze ancestrali e fantàsmiche, di oggetti speciali che fanno da specchio all’esistenza come la statuetta del palombaro donata da Christoph (che fa il sommozzatore) a Undine la quale, magicamente, le trasmette impulsi d’antropomorfismo. La recitazione di tutto ciò, da parte dei due protagonisti, è esemplare, nella felicità e nello strazio, nel modello stesso di struttura narrativa cui danno spessore ed emozione. Molto merito, naturalmente, anche all’autore della fotografia, Hans Fromm, per l’abilità e la bravura con le quali governa una sostanza visiva gremita di attrazioni, di turbamenti e di pathos.