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    VISTO DA MAXIM/Una classe per i ribelli: ideali alla deriva

    Fotografia: "una classe per i ribelli" di michel leclerc (satine film)

    UNA CLASSE PER I RIBELLI – Regìa di Michel Leclerc, con Leïla Bekhti, Edouard Baer, Ramzy Bedia, Eye Haidara, Baya Kasmi, Tom Lévy, Jacques Boudet. Commedia, Francia. Durata 104’.

    C’è di mezzo la scuola. Ma non solo quella. Molto altro in gioco, coi modi della commedia ma con un maledetto  bisogno di scansare certi veli d’ipocrisia e mettere alla berlina quel gauchisme inteso non come “malattia infantile del comunismo” (Lenin) ma come il  “politicamente corretto” acquisito da una certa sinistra quale immutabile indicazione di atteggiamento: a volte con convinte e battagliere induzioni, altre volte con sospetti di snobismo. Una militanza molto riconoscibile ma a tratti poco coerente che Michel Leclerc in questo suo La lutte des classes tradotto per il mercato italiano con un titolo meno allusivo (in sala dal 22 ottobre) trasforma in tabu abbattuti, gioco di paradossi e ricerca d’identità.

    Forse i francesi possono permetterselo. Da noi, probabilmente, certi discorsi e certe tesi scatenerebbero indignazione e strilli consueti perché in troppi siamo inveleniti, scarsamente spiritosi e poco inclini all’oggettività. Poi i francesi hanno subìto Charlie Hebdo e questo è un fatto. Anche un trauma. Che il film di Leclerc, con tutta la sua aria scanzonata e paradossale si porta dietro, collocandone – all’indomani dell’attentato – la storia a Bagnolet, periferia di Parigi, dove Paul (Edouard Baer) e Sofia (Leïla Bekhti) combattono, specialmente contro se stessi, una battaglia culturale e ideologica inseguendo il benessere scolastico del loro figlioletto.

    Paul è un ex batterista di un gruppo punk-rock iconoclasta e filo-anarchico; Sofia invece è un avvocato di origine magrebina capace di fare strada e collezionare successi. Insomma una famigliola borghese col mito dell’eguaglianza sociale, della tolleranza e della coesistenza fra le genti del mondo, ciascuna con il proprio culto religioso e le proprie tradizioni. Fatto sta, però, che le loro visioni illuminate sbattono contro l’evidenza di una scuola che le differenze di classe se le crea da sola. Per il figlio vogliono quella pubblica, che nella loro ottica è palestra di vita e di giustizia; ma devono probabilmente (ma non è detto…) arrendersi  a una prospettiva diversa dopo che tutti gli amici migliori del ragazzo sono emigrati in un istituto privato,  lasciandolo isolato, marginale e “straniero” fra compagni di culture e religioni lontane.

    Commedia di estremi e paradossi, parabola eccentrica su contenuti “proibiti” come quelli della tolleranza, del progressismo e del conservatorismo alla ricerca di una via mediana assai ardue da recepire e scovare. In un film di contenuti e battute brillanti che riesce spesso a divertire o almeno a far sorridere attraverso personaggi sàpidi: sulla linea di una maestra gemebonda che fa letteralmente i salti mortali per esprimersi in un linguaggio politically correct nella meticolosa attenzione a rispettare tutti e ad offendere nessuno, dalla quale impariamo che perfino il termine terrorista va modificato con eufemistica perifrasi, ma che finisce con l’impaperarsi perdendo sistematicamente il controllo su una classe scatenata. Tutto da ridere, o quasi: solidarietà e uguaglianza spesso sono parole ma non fatti. E le parole sono volatili, se non difficili da trovare tra gli ideali alla deriva.