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    VISTO DA MAXIM/Tutto il mio folle amore: “troppo” cuore

    Fotografia: Scene da "Tutto il mio folle amore" di Gabriele Salvatores (01 distribution)

    TUTTO IL MIO FOLLE AMORE – Regia di Gabriele Salvatores, con Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono, Giulio Pranno. Drammatico, Italia, durata 97’.

    Baffi a fiammifero, aria scanzonata, Claudio Santamaria è il “Modugno della Dalmazia” che improvvisa un improbabile road movie di peripezie e sentimenti con il figlio ritrovato, ragazzino autistico irrequieto. Dal 24 ottobre nelle sale, dopo essere stato presentato fuori concorso alla Mostra del cinema di Venezia, Tutto il mio folle amore è il nuovo film di Gabriele Salvatores, premio Oscar di Mediterraneo nel 1992, da un po’ alla ricerca della sua ispirazione migliore. Obiettivo non centrato, nonostante il tanto cuore messo in campo. Anzi, è proprio lo sforzo estremo di toccare le corde del cuore a generare l’effetto contrario. Le musiche evocative, i paesaggi semi-desertici sloveni e croati stile western slavo, i toni accentuati e certe situazioni poco credibili più che surreali…

    Tutto il mio folle amore è liberamente ispirato al romanzo Se ti abbraccio non aver paura di Fulvio Ervas, storia vera di Andrea e Franco Antonello, padre e figlio autistico che hanno viaggiato in furgone nei Balcani.

    Vincent è un sedicenne difficile da gestire, immerso in un mondo tutto suo. Salvatores lo definisce un “fool shakespeariano”. Lo interpreta l’attore esordiente dal viso d’angelo Giulio Pranno. Sua madre Elena (Valeria Golino), abbandonata quando era incinta, l’ha tirato su supportata dal nuovo compagno Mario (Diego Abatantuono), offertosi come padre adottivo. Il padre biologico di Vincent, Willi (Santamaria), è un cantante di cerimonie squattrinato, avvinazzato, affascinante, che ha mollato Elena prima ancora che nascesse il figlio. Una sera, mentre sta cantando Vincent del cantautore americano Don McLean, ha uno scatto di nostalgia e si reca a casa di Elena. Ecco l’incontro con il figlio mai conosciuto. Con quel figlio un po’ strano. E poi, senza volerlo, irrompe il viaggio insieme, di nascosto da Elena e Mario, in una tournée di concerti scalcinati in luoghi dimenticati dal mondo. I due imparano a conoscersi, attraversando circostanze esasperate e scoordinate (tipo il rude incidente automobilistico). Sulle loro tracce Elena e Mario, anche loro alle prese con sviluppi alquanto sopra le righe, più tirati per i capelli che pittoreschi (vedi la nottata con il marito tradito armato).

    Un buon film è un raro gioco di equilibri quasi istintuale, quasi miracoloso. Gli ingredienti di Tutto il mio folle amore, dosati diversamente, avrebbero potuto generare una dramedy poetica e dolciastra, senza sbandamenti melodrammatici e sentimentali.