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    VISTO DA MAXIM/Tolo Tolo, Zalone in Africa e ritorno

    Fotografia: "Tolo tolo" di luca medici (medusa film, taodue film)

    TOLO TOLO – Regia di Luca Medici (Checco Zalone), con Checco Zalone, Souleymane Sylla, Manda Touré, Alexis Michalik, Nassor Said Birya, Jean Marie Godet, Nunzio Cappiello, Nicola Nocella, Eduardo Rejón, Fabrizio Rocchi, , Gianni D’Addario, Francesco Cassano, Barbara Bouchet, Nicola Di Bari. Commedia, Italia. Durata 90’.

    IL FAMOSO trailer “razzista” che ha fatto strillare qualcuno. Già, proprio quello dà la misura dell’ironia un po’ caustica e di una certa intelligenza del manufatto e del suo artefice. Perché quel trailer in realtà non è teaser e neppure demo che con il film, inteso come scene e inquadrature, c’entra praticamente zero ma ha la capacità di richiamarne i contenuti assumendo funzione di prequel. Forse pretesto, forse favilla, forse provocazione. E come idea di lancio non c’è male.

    Il ritorno di Checco Zalone, con Tolo Tolo in sala dal 1° gennaio, si può leggere anche da questa angolatura; ma senza farla troppo difficile va dato conto, in termini di mera informazione, che il film è la prima verifica da regista di Luca Medici, alias Checco, dopo il lungo sodalizio con Gennaro Nunziante culminato nell’incasso monstre di Quo Vado? (oltre 65 milioni) e altre tre opere (Cado dalle nubi, Che bella giornata e Sole a catinelle) di progressivi exploit al botteghino; e che oggi, a distanza di quasi quattro anni dall’ultimo successo, i vari segmenti del cinema italiano – produzione, distribuzione, esercizio – aspettano il golden boy come un messia al cimento della nuova miracolosa intrapresa.

    Aspettative giustificate e probabilmente soddisfatte da un film che, a livello di soggetto e sceneggiatura, porta la firma di Paolo Virzì accanto a quella di Medici: in una consonanza di intenti e ispirazioni generatrice di una commedia reversibile, da una parte più complessa e autorale, dall’altra filtrata nella leggerezza candida e canzonatoria tipicamente zaloniana, non senza il ricorso ad un “politico” non sempre e non necessariamente “corretto” pure alla presenza di un solido impianto civile.

    Al centro della faccenda, come ormai sarà noto a tutti, ci sono i temi della migranza, dell’accoglienza, dell’integrazione e via così. Sicchè ritroviamo Checco, imprenditore maldestro, sconsiderato, sognatore  e indebitatissimo in fuga dall’Italia e rifugiato in Africa, “granello di sale in un mondo di cacao”; dove per lui la povertà, le guerre e perfino le scorribande dell’Isis sono più accettabili delle trappole disseminate nel suo Paese, incluse due mogli vendicative, parenti truffati e incattiviti, burocrazia e tasse a catinelle.

    Però il destino pare mettercela tutta per riportarlo a forza nelle braccia nazionali: trascinandolo in un flusso migratorio che gli fa attraversare mezzo continente, dal deserto al mare, tra torpedoni scassati, autocarri polverosi,  reporter narcisi in cerca di scoop, prigioni libiche fino, appunto, all’imbarco e alla rotta mediterranea inserita nel più classico ordito di genere, sempre, si capisce, fra humour e dramma. Facendo comunque torto a nessuno, un colpo al cerchio e uno alla botte, ironia su bianchi e neri ma con una chiara vocazione alla fratellanza e all’amore. Inclusa la complice amicizia con Oumar (Souleymane Sylla), l’invaghimento (immancabile) per la bella kenyota Idjaba (Manda Touré, la si ricorda in un corto folgorante di Clément Tréhin-Lalanne intitolato Aïssa – 2014) e lo slancio protettivo per il piccolo Doudou  – “ti chiami come il cane di Berlusconi”, gli dice – (Nassor Said Birya), vale a dire le figure che più gli sono assidue nell’avventura.

    Attorno, nel modo meno austero possibile, i politici alla berlina, variamente e spesso volentieri echeggiati, imitati, parodiati senza distinzione di schieramento, i metodi canaglieschi dei trafficanti d’esseri umani, il dramma complessivo di popoli allo sbando. Pure questo all’interno di un costrutto piuttosto sodo, certamente più articolato rispetto al passato, con tempi comici magari diradati ma efficaci in mimica e battute, convogliato in un montaggio funzionale (di Pietro Morana), una fotografia fatta di cromatismi e interessanti angolazioni prospettiche (di Fabio Zamarion), effetti speciali tra apologo e surrealismo, presenza musicale costante tra brani con la griffe di Zalone, sonorità afro e pezzi di evocativo vintage italiano.