fbpx

    VISTO DA MAXIM/Tarkovskij, il cinema come preghiera

    Fotografia: "andrej tarkovskij. il cinema come preghiera" (lab80film)

    ANDREJ TARKOVSKIJ. IL CINEMA COME PREGHIERA – Regia di Andrej A. Tarkovskij. Documentario, Italia/Russia/Svezia. Durata 97’.

    Il regime dell’URSS ha combinato diversi guai. E chi allora, anche qua da noi, lo difese – sia detto super partes e relativamente ai sopravvissuti da allora – dovrebbe un po’ vergognarsi anche da “pentito” o magari da silenzioso/timoroso complice del tempo andato. Tra le cose peggiori, forse meno appariscenti  ma non per questo meno gravi, ritroviamo gl’intralci sul filo del sabotaggio all’opera di un genio assoluto come quello di Andrej Tarkovskij (Zavraž’e, 4 aprile 1932 – Parigi, 29 dicembre 1986), così come avvenne in generale nei confronti della libera espressione artistica. Della quale Tarkovskij, uno degli autori più grandi della storia del cinema oltre che sceneggiatore, scrittore e critico, resta un esempio difficilmente eguagliabile a livello di eccellenza.

    Il figlio, che porta il suo stesso nome, ce lo racconta oggi in un documentario (dal 20 nelle sale) magnetico, toccante, seduttivo e per molti versi charmant: dedicando al padre pagine traboccanti d’amore oltre che gremite di documenti, registrazioni, foto, filmati, riflessioni, scene di vita quotidiana. Alla ricerca del Tarkovskij perduto. Un figlio, narra, si nutre delle esperienze paterne e quando il padre è  un poeta la sua influenza diventa enorme.

    Sicché il coinvolgimento e la commozione affiorano già all’inizio con i versi che accompagnano le immagini di un’infanzia andata, “Sta una pietra presso il gelsomino / c’è un tesoro sotto la pietra. / Mio padre è sul sentiero. / È un bianco bianco giorno / il pioppo d’argento / è infiore la centifolia. /  E dietro a lei le rose rampicanti. L’erba lattescente. / Non sono mai stato più felice di allora. / Là non si può ritornare e neppure raccontare / com’era stracolmo di beatitudine / quel giardino di paradiso”. Passato e presente si intrecciano e attraversano le generazioni in modo trasversale, madri, padri legami speciali mischiati nella memoria.

    Già, la memoria, che Tarkovskij nella registrazione di una conferenza considera struttura emotiva peculiare per tutti coloro che elaborano la loro personalità attraverso la fantasia. Evocando spesso Lo Specchio, 1975, probabilmente il suo film più significativo ed emozionale, nel ripetersi di quella scena della madre (la sua) seduta su una staccionata a guardare lontano nella campagna: aspettando in eterno che suo marito tornasse, ancora e per sempre innamorata di lui. Specchio del tempo, con la sua presenza ricorrente e significante: “Per Proust il concetto di tempo è molto più importante del tempo stesso; per un russo non è un problema perché il viaggio nell’infanzia è solo un tentativo di espiare il proprio passato, è una forma di pentimento”.

    Il film è diviso in capitoli (8), fin dagli esordi di una carriera che, se non fosse stato i disgelo voluto da Nikita Sergeevič Chruščëv (poi rimangiato dai successori) difficilmente si sarebbe potuta realizzare. Ecco dunque L’infanzia di Ivan, il suo primo film nel 1962 che i burocrati del partito considerano “pacifista”, cioè con una valenza negativa. Poi il capitolo della passione con Andrej Roublëv, 1966, sorprendentemente molto amato dalla Commissione cinematografica ma poi dimenticato su uno scaffale e lasciato senza distribuzione per cinque anni perché prima definito antistorico, poi antirusso e infine tacciato di essere basato su modelli occidentali, nel senso che la concezione dell’eroe principale era troppo individualistica: del resto stiamo parlando di un monaco e tutta la sua esistenza fu un contrapporsi alla vita mondana. Tarkovskij, allora, capisce che l’epoca del XX Congresso del Partito è finita e stanno arrivando tempi assai duri.

    E ancora, il capitolo del “ritorno a casa”, la suggestione sterminata della casa di campagna, con sua moglie Larisa Tarkovskaya, nata Larisa Pavlovna Egorkina, al centro della natura cui il popolo russo è molto legato,  quella stessa natura “che è più importante di noi perché siamo il risultato della sua evoluzione. Trascurarla nell’arte è sciocco perché è l’unico posto dove ci attende la percezione della verità”. Poi la magìa di Solaris (1972) e del suo “universo pensante” che genera uno di film di fantascienza più belli mai realizzati. E arriviamo quasi alla fine degli anni Settanta con Stalker (1978) per il quale l’autore vuole uno stile molto più asciutto, ascetico per essere esatti, che è la parola che esprime più da vicino le sue aspirazioni. Tarkovskij lo considera il più riuscito dei suoi film perché meglio esprime la sua condizione d’artista nei tempi recenti e con mezzi espressivi più semplici rispetto al passato. È il film su un uomo che soffre una sconfitta in senso materiale ma che intimamente, in quanto idealista, rimane un “cavaliere”.

    Del 1983 è Nostalghia, ispirato nel cineasta anche dai sogni che gli restano attaccati e non dimenticabili, “che reputo della massima importanza e non sono destinati a noi ma ai nostri figli e a tutti gli altri. E nei quali constatiamo il potere della vicinanza spirituale”. Non mancando di sottolineare, lui così schivo alla polemica, come relativamente a Nostalghia il governo, non considerandolo degno di essere un “regista sovietico”,  mandò a Cannes nel 1983 come membro della giuria un regista “autenticamente” sovietico come Sergej Bondarchuk il cui scopo era quello di demolire il suo successo al Festival. “All’epoca – ricorda Tarkovskij – non si capiva quale fosse il vero scopo di questa azione perché avevo girato il film con l’obiettivo di parlare dell’impossibilità di un intellettuale sovietico russo di vivere in occidente… La solita tradizionale incomprensione del mio linguaggio cinematografico e alle spalle che egli non mi sarei mai aspettato”.

    Anche per questi motivi il regista non può tornare a Mosca, lui che comunque ritiene che neppure l’occidente sia un posto ideale per viverci. E incomincia l’esilio, amaro e pur sempre intellettualmente meraviglioso, con la riflessione che se prima intrattenendo rapporti più o meno diplomatici con le autorità moscovite è riuscito a girare cinque film, adesso capisce che nel suo Paese non c’è davvero più spazio per lui, afflitto e devastato dalla consapevolezza di non poter più lavorare per quello che considera ancora il suo pubblico. Epilogo del resto inevitabile perché lo scontro tra materialismo spiritualismo, con riflessi su ateismo e fede, non può che risolversi con una separazione tra due elementi del tutto inconciliabili fra loro.

    Quindi il pellegrinaggio in Italia, affascinato dalla sua storia e dalla sua architettura anche religiosa, l’ultimo film Sacrificio girato in Svezia e scaturito in modo logico da Nostalghia, dedicato alla responsabilità individuale dell’uomo rispetto agli eventi che lo investono in maniera repentina. Tutto e sempre collegato al concetto di religione, di trascendenza.

    Dice Tarkovskij che un poeta, se è un vero poeta, non può essere un non credente. Egli è convinto che la cultura non possa esistere senza religione, spiegando così anche la crisi culturale del suo tempo: “In un certo senso la religione viene sublimata nella cultura e viceversa quale processo interdipendente. Se la società ha bisogno di spiritualità comincia a produrre opere d’arte e a generare artisti; se non ne ha bisogno fa a meno dell’arte ma il numero di persone infelici aumenta in quanto persone spiritualmente insoddisfatte. Il problema della religione così non riflette una questione personale ma legata al destino della cultura. L’arte è la riflessione nello specchio della più alta facoltà di creare e facendo questo imitiamo il Creatore. Noi siamo esattamente coloro che furono creati a immagine e somiglianza di Dio e questo è uno di quei momenti in cui gli somigliamo”.

    E attraverso le parole il film ci precipita con struggimento nei mondi infiniti di Andrej Tarkovskij. Illuminanti quando ricorda che le icone non erano mai firmate perché chi le ha fatte non si considerava un artista carico di orgoglio ma dipingeva col solo scopo di rivolgere una preghiera a Dio: “Devi sentire la tua dipendenza dal Creatore e se non la senti diventi un semplice animale. Quando ti inginocchi e rivolgi i tuoi sentimenti a Dio trovi le parole giuste e vere; e allo stesso modo nascono le vere immagini se il tuo mestiere, come una preghiera, è rivolto al Signore. Un dono. Faccio crescere un fiore e lo dedico a qualcuno, ma devo farlo crescere. In sostanza – conclude – chi non ha una relazione con la vita spirituale non può averne con l’arte. L’arte è una preghiera, ecco tutto”.

     

    Tutto questo e molto altro. Fino all’ultima dimora italiana, a Firenze, presagio della fine, l’habitat essenziale, la macchina per scrivere Lettera 35, la piccola finestra affacciata su un verde antico, le parole sulla morte che non lo spaventa, perché “quello che è terribile è solo la sofferenza fisica. La morte per un uomo che ha la sua idea della vita non può generare paura, di questo sono certo. Non sono nauseato dal pensiero di avvicinarmi alla morte, al contrario penso che la morte e perfino il senso dell’irreparabile dia una sensazione incredibile di libertà mai provata durante la vita”.

    Prosa conclusiva. Un capolavoro può diventare testimonianza di un’anima che ti passa accanto e che chiaramente ascende da qualche parte verso l’alto, che ti sfreccia a fianco lasciando dietro di sé un soffio di vento che puoi solo percepire. E ciò è sufficiente per far sì che un’opera d’arte diventi geniale.