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    VISTO DA MAXIM/Takara, piccolo Keaton giapponese

    Fotografia: UNA SCENA DAL FILM "TAKARA" (TYCOON DISTRIBUTION)

    TAKARA – LA NOTTE CHE HO NUOTATO – Regia di Damien Manivel e Kohei Igarashi, con Takara Kogawa, Keiki Kogawa, Takashi Kogawa, Chisato Kogawa. Drammatico, Francia/Giappone, durata 79’.

    Una storia essenziale e poetica, senza dialoghi. Una distesa di neve, le avventure assonnate e sognanti di un bimbetto di sei anni, l’amore tenero e silenzioso verso il padre spesso lontano. Takara – La notte che ho nuotato (dal 23 maggio al cinema) è un piccolo film delicato che lascia negli occhi il visetto trasognato e vivido di Takara Kogawa e i paesaggi innevati tra le montagne del Giappone.

    Il francese Damien Manivel e il giapponese Kohei Igarashi, giovani registi conosciutisi a Locarno nel 2014, quando presentavano ognuno un proprio film, hanno deciso di fare un lungometraggio insieme che racchiudesse le reciproche fascinazioni: l’attrazione per i paesaggi innevati di Manivel e la voglia di raccontare l’infanzia di Igarashi. È ad Aomori, nella regione più nevosa del Giappone, che hanno trovato la loro storia. Lì hanno conosciuto  Takara Kogawa, sei anni e un mix di fantasia spensierata e malinconia. Suo padre è pescivendolo e Takara ogni notte lo sente alzarsi e andare al mercato. Quando Takara torna da scuola, suo padre sta ancora dormendo. Si vedono appena.
    Da questa verità è nato Takara – La notte che ho nuotato: in una notte come tante, in cui il papà di Takara si prepara per andare a lavoro, il piccolo si sveglia e non riesce più a riaddormentarsi. Ne approfitta per fare un disegno. Quando l’indomani, insonnolito, segue la sorella per andare a scuola, a un certo punto devia e si mette a frequentare da solo un mondo tutto suo. Gioca con la neve a bordo fiume, mangia un mandarino, perde un guanto e non se ne cura, si incammina verso la stazione, aspetta, prende il treno e… va in centro, verso il mercato del pesce dove spera di trovare suo padre. Nello zainetto sulle spalle ha il disegno con i pesci che ha fatto nella notte, da regalargli.

    Il flusso è quello naturale della vita di tutti i giorni. Seguiamo il piccolo Takara mentre si perde nella sua immaginazione, quando sembra vagabondare sicuro di sé e intanto così sperduto, quando “nuota” nella neve e poi cerca di scaldarsi la manina senza guanto. Attorno al lui il suono della neve, l’atmosfera grave di Aomori, gli spazi immersi nel biancore.
    Intanto si muovono un lieve senso dell’umorismo e una strisciante mestizia. “Abbiamo cercato di pensare sempre a Takara come a un piccolo Buster Keaton giapponese”, ha detto Igarashi.

    Non ci sono dialoghi ma i rumori sono presenze forti e significative: lo sgranocchiare stuzzichini nella notte, il canticchiare di Takara, gli strappi degli scarponi aperti per svuotarli dalla neve, il pesticciare sulla strade bianche…
    C’è la poesia semplice dell’infanzia, delle piccole cose, delle lunghe scene quotidiane in cui non succede niente di che, dei legami famigliari così dati per scontati e così speciali. Un lirismo docile e sottile, che spesso basta a dare sinfonia a tutto, a volte sembra una nota bella su uno spartito un po’ sguarnito.