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    VISTO DA MAXIM/Sola al mio matrimonio, amore e ritorno

    Fotografia: "sola al mio matrimonio" di marta bergman (cineclub internazionale distribuzione)

    SOLA AL MIO MATRIMONIO – Regìa di Marta  Bergman, con Alina Șerban, Tom Vermeir, Rebeca Anghel, Marie Denarnaud, Marian Șamu, Viorica Tudor, Johan Leysen, Karin Tanghe, Jonas Bloquet. Drammatico, Belgio. Durata 122’.

    “Meglio soli…” esordisce un famoso proverbio. E l’enunciato sembrerebbe perfino corretto nelle logiche che guidano il percorso e la condotta di Pamela (Alina Șerban) protagonista di Sola al mio matrimonio (dal 5 marzo nelle sale) di Marta Bergman, documentarista rumena diplomata a Bruxelles, oggi al suo primo lungometraggio legato, come quasi tutta l’attività precedente, all’analisi comportamentale e sociale della comunità rom.

    Già, perché Pamela, giovane rom e ragazza madre, è lì a vagheggiare una vita diversa da quella che le offre in Romania il suo villaggio dai tratti primitivi ed eternamente innevati, lei orfana assistita soltanto dalla nonna (Viorica Tudor) e presa a custodire la figlioletta di due anni e mezzo. Una realtà deficitaria, comunque. Che la spinge alla più banale e forse rischiosa ricerca di un marito attraverso un’agenzia matrimoniale orientata al web come metodo di conoscenza. E trovato il possibile partner ideale parte alla volta del Belgio, le plat pays come cantava il divino Jacques Brel,  lasciandosi tutto alle spalle.

    Il ”lui” si chiama Bruno (Tom Vermeir), abbastanza giovane e perfino piacente. Inoltre è un brav’uomo e non guasta. Perfino troppo rassicurante per Pamela, che evidentemente ha frequentato tra la sua gente qualche maschio un po’ più ruvido. L’integrazione, poi, non è un problema – carica di affetti e simpatie anche la serata coi genitori di Bruno – e tutto sembra filare per il meglio, addirittura nella prospettiva d’una convivenza durevole e magari d’un matrimonio. Se non che la ragazza, con troppa leggerezza e il timore d’essere rifiutata, non ha mai rivelato la sua maternità al nuovo compagno, tanto che un evento inatteso la metterà di fronte, per la prima volta nella propria esistenza, ad una scelta consapevole e definitiva.

    Quale sia questa scelta è giusto che lo spettatore lo scopra da sé. D’altro canto, non essendo un thriller, il film conserva nella sua interezza, finale a parte, un motivo d’interesse trapassante la semplice trama: studiosa della cultura rom nei suoi documentari, Marta Bergman (cognome evocativo senza legami di parentela, eh) ribadisce qua la sua ispirazione elettiva attraverso la figura di Pamela, presa a simbolo e pretesto di un cólto discorso cinematografico sulla marginalità e l’appartenenza, inclusivo di aspirazioni globalizzanti e, al contrario, di vincolanti rapporti con le proprie radici.

    Non è un caso che la machina da presa, movimento in spalla di stampo realistico (la fotografia essenziale è di Jonathan Ricquebourg), tenda a pedinare costantemente la protagonista, alimentandone stupori e fierezze nella forma giustamente filo-naturalistica della recitazione che in buona misura coinvolge anche Bruno.

    Cinema “etnico”, al di là del quadro personale, psicologico e sentimentale nel quale agisce la protagonista, sospesa fra ingenuità, curiosità e ribellione in un contesto intensamente drammatico e avvincente. Un’indagine precisa, insomma, perfezionata a livello idiomatico dall’uso di  francese, rumeno, romanì e fiammingo che con felicissima scelta la distribuzione italiana ha voluto conservare nell’originale, cioè senza l’alterazione di un doppiaggio che nel caso specifico avrebbe avuto il sapore di un’autentica manomissione.