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    VISTO DA MAXIM/Quello che i social non dicono

    Fotografia: QUA SOTTO E IN BASSO DUE SCENE DEL FILM (I WONDER PICTURES, UFFICIO STAMPA ECHO GROUP)

    QUELLO CHE I SOCIAL NON DICONO / THE CLEANERS – Regia di Hans Block e Moritz Riesewieck. Documentario. Germania, Brasile, Olanda, Italia, USA. Durata 88’.

    L’esordio è questo: oltre 3 miliardi di persone sono connessi ogni giorno in tutto il mondo ai social network. Ogni minuto di ogni giorno 500 ore di filmati sono caricati su YouTube, 450.000 tweet compaiono su Twitter e due milioni e mezzo di post vengono pubblicati su Facebook. Ma non tutto ciò che va in rete ci rimane.

    A ramazzare la rete, difatti, c’è un esercito di cyberspazzini impegnato a rendere le piattaforme più sane possibile, gente con l’obiettivo individuale minimo di controllare 25 mila immagini ogni giorno e decidere ossessivamente, come in un mantra, tra ignora e cancella, perlustrando contenuti a protezione di bambini, bullismo e terrorismo fra propaganda jiahdista, sesso e violenze d’ogni risma. Nel caso specifico di questo documentario – ordito dai cineasti tedeschi Hans Block, berlinese e Moritz Riesewieck, renano di Herdecke pure autore di un saggio intitolato Lavoro sporco digitale: come Facebook & Co. ci riscattano dal male –mostrando l’opera attraverso un’indagine in un centro servizi appaltato da Google nelle Filippine dove i “moderatori-censori” si confessano illustrando il loro lavoro ai limiti del tormento, tanto che uno di loro ci si è perfino ammazzato.

    Tema istruttivo, insomma. Sulle decine di migliaia di persone sparse per il pianeta a ispezionare i social media e di fatto a decidere di censurare più di quanto possano farlo i singoli paesi di appartenenza. Ma il motivo del film non è soltanto questo. Perché accanto alla disinfestazione dall’orrore virale vi si propone anche quello, se si vuole risaputo ma sempre utile a ricordarsi, del controllo planetario operato dai motori di ricerca – uno su tutti – attraverso la rete (si parla di Mark Zuckerberg come ispiratore di fatto delle prime pagine dei giornali di tutto il mondo), inclusi i rapporti commerciali, l’attività degli stessi cleaners e “le aziende – come racconta David Kaye, Special Rapporteur dell’Onu per la Libertà di espressione – che hanno sempre più potere per decidere cosa lasciare e cosa eliminare. Approfittano del nostro desiderio di comodità, della nostra resistenza allo sforzo, alla sfida e penso che col tempo, se non è già così, questo interferirà con la nostra capacità di esercitare il pensiero critico”.

    Sepolcrale e notturno, tra mouse incandescenti e grafici di traffico internet che paiono rubati alla fantascienza, questo documentario ha un’energia thrilling, ricorda che l’immaginario orwelliano è già superato, che il dibattito sulla libertà di espressione non è solo aperto ma anche, probabilmente, inestricabile; e che l’istigazione all’odio – razziale, come nel caso della popolazione Rohingya, il gruppo birmano di fede musulmana costretto all’emigrazione nel Bangladesh – si nutre di like scatenati su Facebook dagli heaters capaci di influenzare la gente. Pure attraverso il lavoro operato sulle piattaforme da ingegneri giovani, magari inconsapevoli, che quotidianamente orientano le menti di miliardi di persone. “C’è un buco per strada – suggerisce una testimonianza nel film – chiamato bufala che sta portando al genocidio. Insomma dobbiamo stare molto attenti a quello che stiamo costruendo”.

     

    “Una convinzione errata – viene ancora spiegato – è che la natura umana sia la natura umana e che la tecnologia sia solo uno strumento neutro che non amplifica nulla. Questo non è vero perché la tecnologia ha una propensione a ricercare ciò che attira più facilmente l’attenzione. E che cosa riesce ad attirare e mantenere l’attenzione di miliardi di persone e a fare in modo che condividano certi argomenti? È saltato fuori che le offese sono molto utili alla bisogna; e che Facebook, lo voglia o no, trae vantaggio quando mostra notizie zeppe di insulti invece che decidere di non mostrarle. In un ambiente che amplificando il concetto di offesa pare accordarsi per offrirci il peggio. Di noi stessi”.