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    VISTO DA MAXIM/Manta Ray, pescatore di anime erranti

    Fotografia: Scene dal film “Manta Ray” (Mariposa cinematografica, studio morabito)

    MANTA RAY – Regia di Phuttiphong Aroonpheng, con Wanlop Rungkamjad, Aphisit Hama, Rasmee Wayrana. Drammatico, fantastico. Thailandia, Francia, Cina. Durata 105’. 

    Il fatto che Manta Ray suoni un po’ come panta rei non è casuale. Forse. Perché il concetto filosofico del “tutto scorre” aderisce fedelmente all’opinione di questo film, vittorioso l’altr’anno alla sezione Orizzonti della Mostra di Venezia. Medaglietta meritata e giustamente promozionale per il prezioso costrutto cinematografico dell’esordiente thailandese Phuttiphong Aroonpheng, altrimenti a rischio di oblìo, che dal 10 ottobre incomincia il suo viaggio nelle sale italiane augurandosi di replicare i consensi ottenuti in altri paesi.

    Il titolo, al di là degli echi eraclitei, è mutuato dal nome del pesce stile Star Trek (e Ufo della vecchia Guerra dei mondi di Byron Haskin) che vi mostriamo nell’articolo e che la storia disvela nel suo finale; neppure questo è casuale, perché il protagonista (l’attore, ben noto in patria, Wanlop Rungkamjad) fa il pescatore, dunque il mare non solo occupa uno spazio importante nel racconto ma diviene anche un elemento di congiunzione fra le sue componenti e di sequenzialità nella progressione narrativa.

    Dal mare, appunto, ha tutta l’aria di essere arrivato un poveraccio che il pescatore ritrova mezzo morto e probabilmente muto (da choc?) nella boscaglia vicina alla riva. Se lo porta nella sua capanna, lo cura, lo nutre e gli dà il nome della popstar nazionale Bird Thogchai (lo recita lo stilista e Dj Aphisit Hama, debuttante sullo schermo) prima di intraprendere con lui un rapporto di amicizia destinato al più misterioso degli intrecci e degli avvicendamenti, inclusa nel viluppo la ricomparsa della ex fidanzata del pescatore Saijai (interpretata dalla cantautrice thailandese Rasmee Wayrana, pure lei per la prima volta davanti alla macchina da presa).

    Denso di suggestioni, piani sequenza, silenzi, crudezze e poesia il film di Aroonpheng impone passo dopo passo il suo manifestarsi allegorico sui temi, attuali ovunque, dell’erranza: territoriale, temporale e spirituale. Un complemento parabolico che, nella convergenza della realtà e della sua elaborazione immaginario-favolistica, sembra contagiato dalla tradizione fantàsmica giapponese dei generi Obake-mono e Kaidan eiga, qua rielaborati in termini allucinatorii nelle inquietudini di un bosco notturno affollato di eventi arcani e fuochi fatui (splendida la fotografia di Nawarophaat Rungphiboonsophit, nome per noi impronunciabile ma doverosamente da citare).

    Già, perché quel bosco che di notte spaventa i viandanti è pieno dei cadaveri di gente venuta dal mare e colà sepolti, capaci trasformarsi in pietre preziose e far da richiamo ai pesci-manta nella rotazione incessante del ciclo naturale. Incantesimo tragico perché la parabola morale è dedicata alla migrazione della minoranza Rohingya in fuga dalla persecuzione birmana, centinaia di migliaia di persone affamate, povere e ammalate scappate, quando sopravvissute, in Bangladesh, accalcate nei campi profughi già collassati.

    Ed è così che il film imbocca un’altra delle sue molte strade, ovviamente rappresentando con quel popolo  sventurato tutte le altre comunità costrette a lasciare le loro terre e spesso attese dalla morte. In capo ad un cinema capace di farsi civile attraverso estetiche visionarie, accompagnato dalle suggestioni emozionali delle musiche del duo francese Snowdrops, per certi versi echeggiante Brian Eno, sempre pronto a dialogare con le immagini in profondità inusuali.