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    VISTO DA MAXIM/L’uomo del labirinto, il dark è mutante

    Fotografia: scene da "l'uomo del labirinto" di donato carrisi (Medusa film, ©Loris T. Zambelli)

    L’UOMO DEL LABIRINTO – Regia di Donato Carrisi, con Toni Servillo, Valentina Bellé, Dustin Hoffman, Vinicio Marchioni, Caterina Shulha, Orlando Cinque, Filippo Dini, Sergio Grossini, Carla Cassola, Luis Gnecco, Stefano Rossi Giordani, Riccardo Cicogna, Sergio Leone, Marta Richeldi, Diego Facciotti. Noir, mistery, drammatico. Italia. Durata 130’.

    Viene da chiedersi: l’uomo del labirinto o il labirinto dell’uomo? La risposta pende verso la seconda congettura, considerando la prima adesiva al titolo del film (uscita 30 ottobre in sala) e agli strati sostanziali della sua storia e l’altra al suo sostrato, al suo background se così vogliamo chiamarlo.

    Donato Carrisi, scrittore prima che regista ma cineasta tutto da studiare,  si affaccia sul suo secondo film dopo La ragazza nella nebbia riprendendolo, come l’altro, da un proprio fortunato romanzo pubblicato due anni fa da Longanesi. E lo fa scegliendo le onde anomale del brivido sanguigno che meglio sa montare nelle forme dell’intrico: seminando tracce, indizi da ricomporre in una spirale narrativa che pare girare all’infinito istigata da impulsi scarni ma energici e qua abitata, in fondo, da pochi decisivi personaggi: un investigatore privato sudicio e malato “che puzza da fare schifo”, Bruno Genko (Toni Servillo), il profiler dottor Green (Dustin Hoffman) e una ragazza, Samantha Andretti (Valentina Bellé) che più arcana non potrebbe essere quale contenitore d’un oscuro trascorso.

    Difatti è lei, Samantha, a muovere la faccenda. Ha solo 15 anni quando la rapiscono risucchiandola in un furgone con le dinamiche d’un buco nero; 15 anni dopo, cioè nel  presente del racconto cinematografico – e in una delle tante (a)simmetrie temporali della vicenda – viene ritrovata con la memoria a zero per via delle molte droghe propinatele, una gamba rotta, occhiaie, pallore e via dicendo, insomma strapazzata abbastanza da immaginare su di lei una buona dose di angherie e afflizioni psicologiche. Ricoverata in una clinica viene seguita dal dottor Green che pian piano cerca di farle tornare alla mente i particolari dell’esperienza trascorsa, echeggiante una figura con la testa di coniglio e gli occhi a cuore rossi e fiammeggianti; quella stessa che, per venire a capo di tutto il ginepraio d’indizi, pedina il detective Genko (“inseguo un maledetto coniglio in fondo all’inferno”), cocciuto e probabilmente moribondo a bordo della sua vecchia “Volvo” cabrio, intrallazzi e affetti di vecchia data con la giovine prostituta Linda (Caterina Shulha), incontri con un poliziotto (Simon BerishVinicio Marchioni) guardiano di un incredibile archivio di gente scomparsa.

    E via così,  in un mondo un po’ indecifrabile e bizzarro dove altri personaggi agiscono e s’incrociano accompagnando la storia e il suo finale dei quali, naturalmente, si disvela qua null’altro di quanto già detto, affidando alle sole immagini ciò che lo spettatore deve scoprire da solo, traendone parecchi spunti di ragionamento. Perché non tutto, in questo labirinto dei gesti e dei pensieri, potrebbe essere come sembra. Del resto mai fidarsi delle apparenze quando si tratta di Donato Carrisi il quale, parafrasando un risaputo motto,  una ne scrive e cento ne pensa, mettendo oggi in campo i segnali di un thriller acido e orrorifico declinato in noir di radici mistery – definizioni solo per dare l’idea, eh.

    Citazioni? Si potrebbero sprecare e ciascuno squadernerà la sua, specie in ottica conigli allarmanti. Perciò le evitiamo limitandoci a un paio che ci sembrano calzanti, comunque davvero inevitabili: Saw e Edgar Allan Poe, vale a dire l’enigmista e il padre di tutte le inquietudini notturne. Dell’uno richiamando il concetto di giuoco maligno, dell’altro ricuperando l’arabesco di un terrore inesplicabile fatto di trucchi ed espedienti nell’eterno dipanarsi del rapporto tra vittime e carnefici. A dire il vero, poi, ma non vorremmo allargarci nei riferimenti (sarebbe come incrinare l’originalità del Carrisi) affiorano spontaneamente certi umori del remoto Ai confini della realtà, The Twilight Zone, serie classica fine anni Cinquanta nel bianco e nero televisivo inquadrata all’epoca come fantascienza. Cosa che allora non ci faceva dormire sereni.

    Comunque lo si voglia classificare, l’iperrealismo del film, con il suo divagare a tratti molto carico sia a livello narrativo sia recitativo, si riversa in un immaginario onirico di non-luogo e non-tempo scortato da scenografie ed effetti visivi d’indubbia suggestione, qualche volta indulgenti al fumetto di genere. Mondi fatti di luci al neon, sigarette fumanti, oriente e occidente mischiati, sotterranei  grondanti umori così come grondanti sudore sono i personaggi immersi nella caligine umida, equivoca, larvale. Ancora, poliziotti straniti, tecnologie d’avanguardia a momenti sopraffatte dal vintage più rocambolesco come un arcaico registratore a cassette o un leggendario cellulare a conchiglia. Tutto questo nel corpo di un’opera a porte girevoli, “mutante”, psicotica e darkissima dove la distribuzione delle luci e (soprattutto) delle ombre viene escogitata da una fotografia – di Federico Masiero – di tonalità bruciate, evocativa di incubi infantili e presenze perturbanti.

    A Toni Servillo non si poteva offrire di meglio: lo squamoso detective Genko, solitario e tignoso è cucito su di lui come un vestito stazzonato e croccante; Dustin Hoffman fa il suo come profiler, adoperandosi un po’ sdolcinato, mellifluo e rassicurante per strappare qualche informazione a Valentina Bellé, la rapita/ricomparsa stralunata e pesta che ha perso la memoria lungo la strada o tra le orecchie d’un coniglio. In ogni caso recitazioni né realistiche né stranianti, piuttosto sopra le righe come vuole la sintassi imposta dall’autore.