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    VISTO DA MAXIM/L’hotel degli amori smarriti (e sognati)

    Fotografia: "l'hotel degli amori smarriti" di christophe honoré (©jeanlouisfernandezjlf, officine ubu)

    L’HOTEL DEGLI AMORI SMARRITI – Regia di Christophe Honoré, con Chiara Mastroianni, Benjamin Biolay,  Vincent Lacoste, Kolia Abiteboul, Camille Cottin, Carole Bouquet, Stéphane Roger, Harrison Arevalo, Marie-Christine Adam, Claire Johnson. Commedia, Francia. Durata 88’.

    Due mosse per costruire l’impianto del racconto e studiarne l’anatomia. La prima è sulla cronaca con la citazione, nel film, di un fatto legato a un donna arrivata a dissotterrare il marito per impedirgli di andare da lei in sogno; per poi  giustificarsi davanti al giudice affermando che non si trattava di  sogni perché lui veniva davvero ogni sera a picchiarla mentre era morto già da due anni. Per spiegare la faccenda e dire che per quella donna il marito morto per lei non era un fantasma ma più una traccia di vita e un segreto che confessava a se stessa, viene usato il termine psicogenealogia, pare coniato da Alejandro Jodorowsky durante uno dei suoi seminari. La seconda mossa ha riflesso letterario, pure quello citato nel film, legato a Henry James e galleggiante fra i suoi due libri Il patto col fantasma e Il senso del passato.

    Roba grossa, insomma e piuttosto ingarbugliata. Che si riflette, come necessaria premessa esplicativa, sulla vicenda di un’opera francese, L’hotel degli amori smarriti (in sala dal 20 febbraio) dal titolo italiano più bello del pur incisivo originale Chambre 212, girata con eleganza e intelligenza da Christophe Honoré, cineasta brètone cinquantenne e assai versatile, capace di orientare il suo eclettismo tra i mestieri di regista anche teatrale, sceneggiatore, drammaturgo, scrittore e critico. Tutte qualità ribaltate sul film di oggi e sulla sua disputa fra una moglie, Maria (Chiara Mastroianni, premiata per la parte al Certain Regard dell’ultimo Festival di Cannes) e un marito, Richard (Benjamin Biolay), che dopo vent’anni di matrimonio litigano perché lui scopre il tradimento di lei, professoressa universitaria, con uno dei suoi studenti. Cosa alla quale, peraltro e con molta innocente levità, Maria pare essere avvezza e ben addestrata visto che non sa “resistere agli studenti giovani e carini oltre che dai nomi affascinanti”.

    Una volta scoperta la tresca, lei se se va. Con la particolarità di attraversare la strada e scegliersi un albergo di fronte a casa sua dal quale può vedere da una finestra all’altra le evoluzioni del marito disperato e furioso. Ma non basta, naturalmente. Perché in una notte di neve incline alle favole, ai sogni e al dilagare dell’immaginario Maria si ritrova in compagnia del suo “Richard del passato” e del ragazzo che era quando si conobbero e s’innamorarono a prima vista, ciascuno di fronte alle proprie pulsioni: tanto da spingere la donna tra le braccia del suo vecchio marito, ma all’età di quando lo conobbe. Anticipando, con questo, altri flussi di coscienza e di memoria che riportano in quella stanza d’albergo, la fatidica 212 alla fine affollatissima, tutti gli altri giovani amanti, una quindicina, a riempire lo spazio d’un percorso matrimoniale fatto di piccole ma non destabilizzanti vacanze sentimentali; ad anticipare un epilogo forse liberatorio e di certo illuminante come una fruttuosa seduta di autoanalisi capace, chissà, di risolvere al meglio perfino la disputa matrimoniale.

    Insomma, un intrico e un pasticcio nella narrazione che potrebbe risultare addirittura goffa o ridicola mescolando commedia, incursioni romantiche, impianto teatrale e ghost story in sovrapposizione di elementi temporali diversi in vaga accezione proustiana, ma che in verità la regìa risolve con una buona dose di ironia e una eccellente capacità di raccontare quello che potrebbe sembrare irraccontabile: incrociando reale e fantastico, paradossale e fantàsmico, generando un film di attraente, leggera e dolce caratura sentimentale. Non mancando, peraltro, di riflettere su un tema serissimo come quello dell’attrazione amorosa, dell’accendersi dei sensi e del loro perdurare in un lungo legame di coppia: ragionando, magari anche un po’ pessimisticamente, sul tempo che va e “sull’amore che è sempre costruito sulla memoria, un posto scelto da due persone, un Allora dei primi palpiti, del primo giorno che ci siamo accorti di essere innamorati… perché non è dal presente ma dal passato che facciamo risalire le rassicurazioni di un amore”.

    In linea con questi caratteri e le loro molte qualità, la storia scorre su una colonne musicale di gran classe e certamente propizia a godere di talune riuscite suggestioni: dal Désormais  di Charles Aznavour alla Never Will I Marry e alla Full Moon and Empty Arms di Caterina Valente, alla Nous dormirons ensemble di Jean Ferrat fino alla Could It Be Magic di Barry Manilow. Roba per intenditori.