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    VISTO DA MAXIM/L’età giovane e il fanatismo religioso

    Fotografia: scene dal film "l'età giovane" (© C. Christine Plenus)

    L’ETÀ GIOVANE – Regia di Jean-Pierre e Luc Dardenne. Con Idir Ben Addi, Olivier Bonnaud, Myriem Akheddiou, Victoria Bluck, Claire Bodson e Othmane Moumen. Belgio, Francia, 2019, drammatico, durata 84’.

    Ahmed ha gli occhi tenaci e senza luce. È religioso, e nient’altro. Di una fede che non prevede l’amore. I fratelli Dardenne, con il loro cinema asciutto ed essenziale eppure così ricco di contenuto, con L’età giovane (titolo originale Le jeune Ahmed) raccontano il fanatismo islamico attraverso l’esperienza assolutistica e cieca di un ragazzino di origini arabe di seconda generazione nel Belgio contemporaneo. Quel Belgio che ha ospitato la mente degli atroci attacchi terroristici di Parigi ed è considerato lo snodo europeo per la pianificazione degli attentati.

    Ahmed, interpretato da Idir Ben Addi, ha tredici anni e ha la fermezza risoluta degli adolescenti che bevono ideali e non sanno ancora che la vita è piena di sfumature e contraddizioni. A scuola la professoressa Inès (Myriem Akheddiou), anche lei di origini arabe, ben integrata nel mondo occidentale, lo aiuta con abnegazione. Regala umanità, oltre che insegnamenti, che su Ahmed rimbalzano però con il potere di un boomerang feroce. L’imam Youssouf (OthmaneMoumen), che per Ahmed è l’oracolo sceso in terra, considera Inès un’infedele e questa convinzione divora ogni pensiero di Ahmed. La sua spugna interiore, così bisognosa di abbeverarsi di principi e certezze per cui darsi totalmente, si disseta delle parole dell’imam. Ahmed le trasla nella vita quotidiana in un peso esponenziale. Nonostante la vita sia lì, ogni tanto, a portarlo lontano da una cupa strada tracciata, lui si ostina a fuggirgli lontano e ad essere “retto”, per come lui considera la rettitudine di militanti di odio e intolleranza.

    I Dardenne disegnano come sanno fare loro, senza orpelli e con sguardo diretto e autentico. Non cedono mai a soluzioni facili, non cadono nella trappola del sentimentalismo. Ahmed, con il suo viso grigio, non suscita un grammo di commiserazione. Ahmed, con i suoi occhi da tredicenne immaturo tentato dall’amore, è lì, a proporre interpretazioni. Lo spettatore spera e sempre rimane amareggiato. E intanto si lascia trasportare dalla tensione che sale.

    Il finale, forte, grandioso, asciutto secondo le atmosfere e il ritmo regolari del film, risuona e dà a tutto ancora più senso. È come un urlo liberatorio. Il macigno che pesa sul cuore viene gettato via, finalmente. E allora, per fortuna, presente e futuro non sono solo di pece. La luce c’è, nonostante tutto. Grazie, fratelli Dardenne.