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    VISTO DA MAXIM/La ragazza d’autunno, gioiello d’autore

    Fotografia: "la ragazza d'autunno" di Kantemir Balagov (movies inspired)

    LA RAGAZZA D’AUTUNNO – Regia di Kantemir Balagov, con Viktoria Miroshnichenko, Vasilisa Perelygina, Konstantin Balakirev, Olga Dragunova. Drammatico, storico. Russia. Durata 137’.

    Facciamola semplice. Se è vero, come è vero, che il cinema risponde a parametri di forma e contenuto, questo film del giovane genio Kantemir Balagov dal talento emergente e cristallino che qualche volta rassomiglia a Lars von Trier è una delizia per l’occhio e un bel nutrimento per la testa. In più anche con due attrici sublimi  come Viktoria Miroshnichenko e Vasilisa Perelygina, anche loro molto giovani, nelle parti protagoniste di Lya e Masha, all’interno di un’opera dal respiro corale nella Leningrado del 1945 masticata dalla guerra.

    Ne La ragazza d’autunno (in sala dal 9 gennaio) ci sono loro, la Lya “spilungona” del titolo originale Dylda (che vuol dire proprio spilungona), biondissima, quasi albina, ultra-timida, magra e ovviamente alta, infermiera in un ospedale zeppo di militi devastati dal conflitto che spesso si arresta, immobile come una statua per via d’un trauma trascorso; e Masha, reduce dal fronte e madre del piccolo Pashka che prima di partire aveva affidato a Lya ma che adesso, una volta tornata, non ritrova per via di un evento terribile e per certi versi dispiegabile solo con la traballante psiche dell’amica.

    Fatto sta che le due attraversano quel 1945 come un viaggio agli inferi, pieno di donne disperate e uomini smarriti, un città in pezzi, la felicità inabissata, il desiderio (di Masha) di essere nuovamente madre nelle circostante che rendono drammatico perfino il sesso, ma tutti con una gran voglia di ricominciare. E ricostruire gli animi fiaccati prim’ancora dei palazzi e delle strade.

    La visione di tutto questo è magica e ipnotica, avviluppata da colori ocra o verdastri (oliva) nella fotografia sontuosa di Ksenia Sereda, nella nuda sostanzialità degli interni scenografici firmati da Sergey Ivanov, nell’intreccio infinito di sguardi intensi, nei silenzi, nell’orizzonte tragico e rantolante, nelle espressioni, nelle parole dispensate con misura esemplare. Il ventottenne Balagov, che ha studiato nel laboratorio creativo di Aleksandr Sokurov (e si vede), ha dunque un talento raro, manifestato fino ad oggi con due soli film (il primo è Tesnota, 2017) – che il festival di Cannes, col suo fiuto proverbiale, ha entrambi ospitato e premiato – cui affida il messaggio che il cinema, per chi avesse voglia di ricordarlo, è anche un’arte.