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    VISTO DA MAXIM/La poesia di una famiglia precaria

    Fotografia: una inquadratura del film (i wonder pictures)

    QUANDO ERAVAMO FRATELLI – Regia di Jeremiah Zagar, con Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Sheila Vand, Raúl Castillo. Drammatico, Stati Uniti, durata 94’.

    Come Moonlight di Barry Jenkins o The Tree of Life di Terrence Malick, Quando eravamo fratelli (dal 16 maggio al cinema) è un film che conquista, se si entra dentro il suo flusso ipnotico di immagini e suggestioni. Seduce, parlando a un inconscio atavico rapito da un linguaggio lirico e primordiale. Chi ne resta fuori, però, sulla superficie di una trama di rari avvenimenti, parlerà di noia e poca sostanza. La sostanza è tutta nello sguardo bello del giovane protagonista Jonah (Evan Rosado), così sincero e pulito che vorremmo trattenerlo nel tempo e non farlo mai crescere. Attraverso i suoi occhi che indagano guardiamo la sua famiglia precaria, di abbracci e tormenti. Un amore tenero e brutale, quello tra i suoi genitori e con i suoi fratelli.

    Lo statunitense Jeremiah Zagar, documentarista al suo primo film di fiction, adatta il romanzo Noi, gli animali di Justin Torres. Nella campagna di New York degli anni ’90, Jonah, 9 anni, e i suoi fratelli maggiori Manny (Isaiah Kristian) e Joel (Josiah Gabriel) si fanno largo nell’infanzia come possono, reagendo a loro modo alle incostanze di Ma (Sheila Vand) e Paps (Raúl Castillo), madre e padre amorevoli ma inquieti. Lui, portoricano, è un’esplosione di energia, nel bene e nel male: è allegro, carismatico, pronto allo scherzo, ma anche aggressivo e violento. Lei è madre, ma è anche donna che affonda nei suoi dolori, incurante dei figli attorno quando il male la divora.
    Intanto Jonah si perde in giochi e rituali semplici e magici con i fratelli, seguendo desideri animaleschi. “Volevamo di più. Più volume, più muscoli. Noi tre re. Fratelli”. “Noi siamo la magia di Dio, noi tre”.
    Crescendo, quella magia sembra pian piano dissolversi e appartenere solo a Jonah, il più piccolo, che ogni tanto vaga nel suo mondo e lascia liberi i pensieri nelle pagine di un quaderno in cui scrive e disegna episodi quotidiani, paure, rancori, fantasie. Con la sua aria assorta e profonda, Jonah ha qualcosa di etereo che tiene incollati: spontaneità pacata, delicatezza disarmante.

    Zagar gira per lo più in 16 mm, restituendo un’intrigante atmosfera nostalgica e calda grazie alla fotografia di Zak Mulligan. Noi siamo con il tenero Jonah, narratore in prima persona, dentro la sua famiglia, in mezzo ai personaggi. La mano da documentarista di Zagar combina realismo sociale e poesia. 94 minuti intensi e intimi, che rimangono dentro.