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    VISTO DA MAXIM/Il segreto di una famiglia (argentina)

    Fotografia: Martina Gusmán e Bérénice Bejio in una scena del film (BIM Distribuzione)

    IL SEGRETO DI UNA FAMIGLIA – Regìa di Pablo Trapero, con Martina Gusmán, Bérénice Bejo, Edgar Ramirez, Joaquín Furriel, Graciela Borges. Drammatico, Argentina/Francia, durata 111’.

    Due sorelle, una madre, un padre. Insomma una famiglia. E il segreto del titolo italiano (l’originale è La Quietud) che in quella famiglia si nasconde generando altri enigmi. È la sostanza attorno alla quale si raccoglie il film di Pablo Trapero (in sala dal 4 luglio), autore che attraverso i festival (Cannes soprattutto) si propone come uno dei talenti più interessanti del cinema internazionale oltre essere esponente di punta di quello argentino considerato nella sua nuova ondata, non certo la prima dopo le leggendarie nouvelles vagues degli anni Sessanta e Settanta che dalla fine dei Cinquanta imbarcarono il cinema latinoamericano (il  Nôvo brasiliano prima di tutto col suo profeta Glauber Rocha).

    La premessa è per dire che l’interesse verso questi film è sempre molto acceso: anche quando le loro storie, come accade ne La Quietud, sembrano piegarsi ad una narrazione meno anticonvenzionale. Per metterne insieme i pezzi bisogna comunque partire dei personaggi: Mia (Martina Gusmán, tra l’altro moglie di Trapero e sua attrice privilegiata) e Eugenia (Bérénice Bejo) sono le due sorelle, Esmeralda (Graciela Borges) è la madre, Augusto (Isidoro Tolcachir) il padre. Accade che Eugenia torni in Argentina da Parigi – dove s’è sposata – per assistere agli ultimi giorni di vita del padre, ridotto in irreversibile coma da un ictus e ritrovandosi con madre e sorella nel sontuoso podere di famiglia che porta il nome di La Quietud.

    E proprio tra le due sorelle sembra riaccendersi, come se il tempo della pubertà non fosse passato, un intrico di complicità (auto)erotistiche che, se non proprio torbido e torrido, è per lo meno – e giocosamente – birichino. Ma questo, nell’economia del racconto, è un dettaglio: Mia ed Eugenia, in verità, à côté del loro rapporto vivono il doppio dramma dell’agonia vegetativa paterna e della rigida propensione materna per Eugenia, pari soltanto all’avversione che la donna prova per l’altra figlia. Nel garbuglio di sentimenti ci si mette pure il marito di Eugenia in arrivo da Parigi, col quale la single Mia ha da sempre una relazione pareggiando, per così dire, il persistente tradimento di Eugenia medesima con un amico di famiglia.

    È tutto? No, sarebbe già tanto ma il peggio deve ancora venire con la rivelazione di un “segreto” che, fra i tanti, è quello più esplosivo e devastante perché viene dal passato, dalla dittatura di Videla e dalle pagine nere della storia argentina riflesse nelle pieghe di quella famiglia e dei suoi sentimenti di facciata.

    Di più, naturalmente, non è il caso di svelare nella traccia un film dal tono drammatico molto denso, girato con asciutta eleganza  e splendidamente recitato in termini corali: dove sentimenti e rapporti famigliari fanno i conti con le urgenze di un cinema sempre e comunque improntato al tono civile, pure se con modalità inattese; e con un nuovo “protagonista” – il ricco possedimento La Quietud – pronto a sovrastare e a travolgere gli altri personaggi. Non le due sorelle, magari, che nella tempesta potrebbero ritrovarsi davvero fra attrazione e rivalità all’ombra di un madre inquietante.

    Bella storia. A tratti, nella caratterizzazione profonda delle relazioni tra madre e figlie, da manuale di psicanalisi. Ma con qualche scompenso fra il suo quieto rollare nella musica di varia estrazione ritmica e geografica che accompagna tutta la prima parte e  l’improvviso declinare nel dramma della seconda: che come una cipolla, o un carciofo, si sfoglia in progress  fino a raggiungere il proprio nucleo. Verità dopo verità, confessione dopo confessione come in un giallo: con cadenze e scansioni anche troppo ravvicinate in un crescendo di evidenze addirittura choccanti dov’entrano politica, compromessi ed egoismi. Nel box, insomma, c’è tutto, forse addirittura troppo, fino a comporre un epilogo che, come l’intero blocco finale, è di grande e rotondo impatto ma un po’ stropicciato.