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    VISTO DA MAXIM/Il segreto della miniera è in una strage

    Fotografia: scene da "Il segreto della miniera" di hanna slak (cineclub internazionale distribuzione)

    IL SEGRETO DELLA MINIERA – Regia di Hanna Antonina Wojcik-Slak, con Leon Lučev, Marina Redžepović, Zala Djurić Ribič, Tin Marn. Drammatico. Slovenia/Bosnia ed Erzegovina. Durata 103’.

    Missione impossibile. O quasi. Quella di infilarsi da solo in una miniera chiusa dal 1945, cioè dalla fine della Seconda Guerra Mondiale: prima c’era il carbone, adesso non si sa più che cosa ci sia perché il luogo, che da quella parti chiamano “la fossa maledetta”, è avvolto nel mistero e attorno vi circolano inquietanti leggende.

    Il minatore sloveno di origine bosniaca Mehmedalija Alić (ne recita la parte il bravo attore Leon Lučev) viene inviato colà dal suo datore di lavoro non tanto per disvelare eventuali arcani quanto per mettere – qua nel vero senso della parola – la classica pietra sopra e la parola fine su tutta la faccenda, dichiarando che quella miniera, oramai esausta, vuota e del tutto inutile, va soltanto sigillata in modo definitivo.

    Sennonoché Alić – racconta Il segreto della miniera di Hanna Slak in sala dal 31 ottobre – è un tipo cocciuto, che per giunta ha perso non da molto (siamo nel 2007) tutti i parenti maschi nella strage di Sebrenica del 1995 – alla quale egli è sopravvissuto perché già emigrato in Slovenia – e che, anche per questo, sente ancora puzzo di stragi ed echi i guerra. Poi gli suona strana tutta questa fretta di archiviare la pratica della miniera. Così, una volta sceso nelle viscere della terra, si mette a scavare e ad abbattere barriere di mattoni tirate su con l’evidente scopo di scoraggiare il cammino, né gli è molto d’aiuto la presenza di un apprendista sedicenne un po’ fifone che il capo gli ha affidato: il ragazzino crede che là dentro ci siano gli zombi e, più che dare una mano, sembra ostacolare ogni movimento.

    Nonostante tutto l’opera del minatore procede, ovviamente tra pericoli d’ogni sorta e molte barriere abbattute in successione prima di arrivare ad una terrificante evidenza fatta di ossa umane, scarpe di uomini, donne e bambini, odore di morte, vestigia ineluttabili di una tragedia su larga scala. E siccome il minatore, pur non essendo un ingenuo, è onesto e scodella la verità al suo datore di lavoro che invece fa di tutto per negarla, viene licenziato mentre puntualmente, in Slovenia, incominciano controlli e persecuzioni su di lui bosniaco e sulla sua famiglia. Ma i morti, là sotto, ci sono per davvero e non si possono più nascondere.

    Risultato: la versione ufficiale è che si tratti di soldati tedeschi rimasti indietro dopo il ritiro delle truppe e che non ci sono civili tra le vittime. Ma non è vero. In realtà si tratta di rifugiati che gli inglesi avevano rispedito lì dai campi profughi in Austria: fu detto loro che sarebbero stati portati al porto di Trieste invece finirono nella miniera e un testimone di allora racconta, finalmente,  di averceli visti entrare per tutta una notte e nessuno ne uscì più. 4000 persone nella fossa comune. E quella che secondo le autorità avrebbe dovuto essere una tomba militare diventa una caso nazionale che sconvolge tutto il paese.

    Alla fine Alić è emarginato per aver insistito affinché le vittime venissero estratte ed identificate. Nel 2013 la sua autobiografia No One viene pubblicata con grande successo, aiutato, in questo, dalla stessa regista Slak che poi l’ha adattata al racconto sullo schermo.

    Storia vera, perciò, rappresentata con forte consistenza emotiva, tecniche di ripresa concitate, macchina in spalla, soggettive e primissimi piani (determinante l’acida ed energica fotografia di Matthias Pilz) a costruire un’opera dove la cronaca e la verità storica si intrecciano con gli spessori proprii del miglior cinema civile, fatto di aspre tonalità drammatiche – a momenti quasi horror –  e vibranti motivi di giustizia. Non solo per gli eventi narrati nel film ma anche per quelli, ben più recenti ma non meno spaventosi in termini di genocidi , accaduti negli anni Novanta durante il conflitto nei Balcani. Che ancora pesano sulla coscienza collettiva dei popoli.