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    VISTO DA MAXIM/Il Lago delle Oche Selvatiche? È “pulp”

    Fotografia: "il lago delle oche selvatiche" di Yinan Diao (movies inspired)

    IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE – Regia di Yinan Diao, con Zenong Hu Ge, Gwei Lun Mei, Liao Fan, Wan Qian. Drammatico/noir, Cina. Durata 111’.

    Cinema cinese. Arriva dall’ultimo Festival di Cannes e si fa largo su una strada lastricata di cadaveri, un po’ romantico, un po’ scellerato nella sua veste dark d’opera notturna, piovosa e rugginosa. Direttore d’orchestra Yinan Diao, cineasta cinquantenne di Xi’an che con Il lago delle oche selvatiche (in sala dal 13 febbraio) arriva al suo quarto film, sei anni dopo aver acciuffato l’Orso d’Oro a Berlino col celebrato Fuochi d’artificio in pieno giorno.

    Autore di storie sofferte e scure, Yinan ne scodella adesso una di piena e drammatica configurazione noir, badando molto alla forma senza trascurare la sostanza, strapazzando persone e cose con uno stile a metà tra il meló gangsteristico e la sua derivazione pulp nel pedinare la fuga del criminale Zhou (Zenong Hu Ge) – reduce da una traffico di moto rubate e dall’assassinio di un poliziotto – e della sua improvvisata compagna di viaggio, la prostituta Liu Aiai (Gwei Lun Mei) che lo scorta al posto della moglie la quale, pare, non voglia più vederlo. Entrambi con l’evidente aspirazione alla ricerca di un “sé” perduto.

    Scappa di qua, scappa di là. Ovviamente con gli sbirri alle calcagna armati di moto e caschi (sono gli unici a portarli, i ragazzi vanno tutti senza) al comando dell’implacabile capitano Liu (Liao Fan) che annusa l’odore della preda a distanza di chilometri, fino al Lago del titolo.

    Come finirà l’inseguimento lo si dovrà scoprire naturalmente al cinematografo, magari suggerendo un’ipotesi di doppiogiochismo della prostituta che però  potrebbe essersi innamorata (almeno un po’) del gangster, andando ulteriormente ad intorbidare una storia già fosca e agitata di suo.  Vicenda che attrae con le sue dominanti cromatiche ora rosse, ora ocra, ora verdastre nello spaccato malavitoso dove si svolgono incredibili congressi di ladri e dove poliziotti e delinquenti sono mescolati in una caccia incrociata fatta di leggi da rispettare e sgarbi da vendicare. Sempre e comunque lasciandosi alle spalle pareti imbrattare di sangue, pallottole sibilanti e colpi proibiti d’ogni sorta.

    Piacciono molto, così, l’uso della fotografia e del colore (Dong Jinsong), nonché quello del montaggio che la regìa dispone in modo classico (cioè con l’uso del flashback a soccorrere brandelli di passato altrimenti inespressi) senza alterare cadenze in linea con il loro genere di riferimento, dunque febbrili e turbolente il giusto.

    Bella prova, Yinan Diao. Fa pensare a qualcuno? Di sicuro a Quentin Tarantino, a Maurice Pialat, al Rainer Werner Fassbinder del Soldato americano. Ma gli si farebbe un torto se non gli si riconoscesse un tocco assai originale e buone dosi di eccentricità e brillantezza creative. Quelle stesse che fanno indossare a Zhou, nella fase più drammatica e tossica della fuga, una maglietta a strisce biancocelesti della nazionale argentina di calcio, sgraffignata nella casa d’un vecchio sconosciuto e moribondo, scolorita, numero “9” sulle spalle e brandelli di una scritta “Batistuta”: la leggenda del quale, con ogni evidenza, è arrivata fino in un tragico, remoto suburbio di Wuhan, scena finale dell’intrico.