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    VISTO DA MAXIM/Il grande spirito sui tetti di Taranto

    Fotografia: Sergio Rubini e Rocco Papaleo in una scena del film (01 Distribution)

    IL GRANDE SPIRITO – Regia di Sergio Rubini, con Sergio Rubini, Rocco Papaleo, Bianca Guaccero, Ivana Lotito. Commedia, Italia, durata 113’.

    Il pugliese Sergio Rubini chiama a sé il lucano Rocco Papaleo, altro verace uomo del sud, per il suo nuovo film da regista dopo Dobbiamo parlare (2015). Eccoli ne Il grande spirito (dal 9 maggio al cinema), coppia strampalata di visi vissuti e sanguigni, sui tetti di una Taranto immaginario Far West. Le ciminiere dell’Ilva, di sfondo, sono il simbolo yankee che stermina spazi verdi e bisonti. Commedia tra criminalità, egoismi e solitudini che pian piano trovano punti di incontro, scorre gradevolmente, ma senza lasciare molto dentro e addosso. Come se mancasse un bersaglio sicuro a cui mirare. Qualche sorriso, poche risate, strette al cuore rare.

    Durante una rapina in un quartiere periferico di Taranto, Tonino (Rubini), cinquantenne dall’aria malconcia, cerca il riscatto nei confronti di quei complici che, dopo l’ultimo colpo andato male, ora lo deridono. Nel mezzo del misfatto, se ne fugge col malloppo. Tutti i delinquenti del clan sono sulle sue tracce: la sua vita è appesa a un filo. Scappando di tetto in tetto di una città di bianchi e grigi e affascinante desolazione, si imbatte in uno strano individuo, anche lui dal look trasandato, che si fa chiamare Cervo Nero (Papaleo). Sostiene di essere uno degli ultimi indiani Sioux e che il Grande Spirito gli aveva preannunciato la sua venuta. Per Cervo Nero quell’uomo in fuga è l’Uomo del destino. Tonino non può che approfittare delle strane derive mentali di Cervo Nero e si rifugia con lui nel vecchio lavatoio condominiale, di cui ormai ha fatto la sua casa, sporca, disadorna, miserrima. Ma Cervo Nero, il matto del palazzo, non è del tutto abbandonato a se stesso: ogni tanto c’è Teresa (Ivana Lotito), bella donna costretta a subire grandi abusi, a portargli qualcosa da mangiare.

    Tra i due uomini alla deriva fatica a nascere un’alchimia particolare, qualsiasi, che sia di contrasti o di sopraffazione o di tentata amicizia, di anime che emergono al di là dei personaggi disegnati. Come in un western contemporaneo cittadino, i due musi segnati e scuri si scrutano, distanti. Tonino gioca con la follia di Cervo Nero, anche se Cervo Nero, in fondo, del tutto matto non è. C’è anche la sparatoria, come western comanda, tra inseguimenti su e giù per le geometrie dei palazzi. Ci sono i morti ammazzati. Ma il grilletto alla regia non centra bene la mira. Il Grande Spirito potrebbe essere un poema malinconico e sottilmente divertente sui derelitti. Ma non lo è.