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    VISTO DA MAXIM/Doppio sospetto tra realtà e paranoia

    Fotografia: "doppio sospetto" di Olivier Masset-Depasse (teodora film)

    DOPPIO SOSPETTO – Regìa di Olivier Masset-Depasse, con Veerle Baetens, Anne Coesens, Mehdi Nebbou, Arieh Worthalter, Jules Lefebvre, Luan Adam. Thriller, Francia/Belgio. Durata 97’.

    Succede quasi subito. La tragedia. E attorno a quella si aggruma il resto della storia. A morire è Maxime (Luan Adam), il figlioletto di Céline (Anne Coesens) che precipita da una finestra mentre insegue un gatto. Alice (Veerle Baetens), amica del cuore di Céline, assiste impotente all’accaduto dal giardino della villetta accanto.

    Già, perché Alice e Céline vivono in un due case affiancate, architettonicamente figlie d’un parto gemellare. Insomma uguali in tutto, a simboleggiare un legame strettissimo che unisce le loro famiglie, inclusi i rispettivi mariti Simon (Mehdi Nebbou) e Damien (Arieh Worthalter); e naturalmente i loro figli coetanei, Maxime che purtroppo non c’è più e Théo (Jules Lefebvre) che dalla tragedia in poi deve vedersela non solo con sua madre Alice, diventata iperprotettiva e ansiogena oltre ogni dire, ma anche con Céline, che pare volergli dedicare l’affetto perduto per il figlio morto.

    Poi c’è il problema tra le due donne, prima divise dall’accusa che Céline rivolge all’amica di non aver fatto abbastanza per salvare Maxime; poi, una volta superata questa prima impasse – ma non certo elaborato il lutto materno – separate dal sospetto che Alice nutre verso l’altra di covare una sorda vendetta per l’accaduto. Diffidenza in parte reciproca e diversamente motivata, comunque abbastanza energica da giustificare il titolo italiano del film (attualmente in sala) desunto dall’altrettanto significativo originale Duelles (Duelli) a sua volta ispirato al romanzo Derrière la haine (Dietro l’odio) di Barbara Habel.

    Di qui lo svolgersi e al tempo stesso l’intricarsi d’una storia senz’altro appassionante e a suo modo invasiva della quale, davvero, è corretto non dare ulteriore notizia: per concedere direttamente allo spettatore il gusto di scoprirne le verità più nascoste e forse nere. In capo ad un thriller di palmare matrice psicologica che il regista medesimo, il bravo Olivier Masset-Depasse – 49enne belga di Charleroi che si ricorda per Illégal, 2010 – dichiarandosi esplicitamente debitore ad Alfred Hitchcock (ma pure a Douglas Sirk e a David Lynch) del suo sapere cinematografico, guida con destrezza tenendo in equilibrio tensioni striscianti, imbarazzi e sentimenti forti con una distanziazione stilistica riflessa in ogni passaggio della recitazione.

    Tra musiche dense di mistero e di minaccia incombente si sviluppa un gioco continuo di contrapposizioni estetiche e drammaturgiche: ecco gli anni Sessanta con la loro serenità ambientale, i loro colori pastello, le loro automobili rotondeggianti a contrasto con ciò che di sinistro si nasconde dietro l’amicizia fra due donne, ciascuna con le loro famiglie felici e le loro villette ordinate. E tanto è intensa quell’amicizia, quanto il rapporto diventa gelido e grifagno dopo la tragedia; perfino quando il tempo sembra ammollare i contrasti. In un alternarsi continuo di presenze/assenze dei vivi e dei morti sulla linea di confine tra realtà e paranoia nella vicenda a forte trazione ansiogena.

    Gli attori, nel loro complesso, rivelano una felice adesione al costrutto, anche se Veerle Baetens e Anne Coesens restano ovviamente in primo piano nella scala dei valori. Piuttosto mi piace rivelare la faccia del piccolo Jules Levebre nella parte di Théo: a momenti pare più saggio d’un adulto ma soprattutto si propone sempre con un’aria allarmante in sintonia, certo, con il film ma in qualche maniera spingendosene addirittura oltre. In definitiva lo si vedrebbe assai bene anche in un horror, di quelli con qualche bambino dispensatore di brividi e segnali diabolici.