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    VISTO DA MAXIM/Diego Maradona, dal Paradiso in poi

    Fotografia: Scene dal film: Maradona davanti ai suoi tifosi in delirio allo stadio San Paolo e l’arresto in Argentina nel 1991 (Nexo digital, Leone Film Group, Biografilm Festival – foto sotto DANIEL LUNA/AFP/Getty Images)

    DIEGO MARADONA – Regia di Asif Kapadia. Documentario, biografico. Gran Bretagna, durata 130’.

    Inseguendo Maradona. Per le via Napoli, pedinando una vecchia Golf dove dentro, lo intuiamo, c’è “lui”. Immagini delle cineprese di più di trent’anni fa, sembra ieri ed è passato un secolo. Non è solo la scena iniziale del documentario-ritratto del celebre calciatore ma anche il simbolo stesso di come e quanto Napoli e i napoletani abbiano avvolto, tallonato, braccato, spiato e spesso soffocato l’oggetto del loro amore: ansie febbrili e anime sudate nella foga di una mitizzazione legata, sì, al football, però spaziante nella prospettiva di un epico riscatto cittadino di fronte all’Italia intera.

    Tutto questo e molto altro racconta il film di Asif Kapadia, cineasta britannico di origini indiane che nella sua applicazione ultraventennale dietro la macchina da presa si è dato parecchio da fare tra corti, finzione e documentari: eccellendo tra questi ultimi con pregevoli perlustrazioni di due personaggi come Ayrton Senna e Amy Winehouse (Senna, 2010 e Amy, 2015). Oggi Diego Maradona, in sala per tre giorni soltanto (23-25 settembre) ma carico di attese e perfino di qualche polemica, cioè gli elementi giusti per sollecitare curiosità e attenzione. Aspettative che, va subito detto, il film riesce ad appagare grazie ad una sua apprezzabile economia di montaggio – fatta di materiali inaspettati, suggestivi e a volte scottanti – e ad un andare narrativo di ottimo approdo drammaturgico.

    In una parola, il documentario attrae. Poi coinvolge in un intelligente e certo scafatissimo, florido, sorprendente flusso di immagini mescolanti calcio e vita privata, numerose ma brevi e non invasive testimonianze o voci dell’epoca (Corrado Ferlaino presidente del Napoli di allora, l’ultrà Gennaro Montuori, il preparatore atletico Fernando Signorini, il boss della camorra Carmine Giuliano, il padre don Diego,  la sorella Maria e la madre dona Tota, la fidanzata Claudia Villafañe, il compagno di squadra Ciro Ferrara, l’altro fenomeno Pelé e via così): a disegnare un arco biografico dell’epopea napoletana di Maradona, dallo stadio San Paolo gremito per una sola incredibile presentazione pubblica senza match al tramonto malinconico e solitario nella peste della coca, con in mezzo funambolismi calcistici, campionati vinti in Italia e nel mondo, delirii metropolitani,  l’incipiente pinguitudine, la trappola camorristica protettiva e satanicamente seduttrice.

    Non so se Kapadia si sia effettivamente posto il dubbio su cosa (di)mostrare in prevalenza, se celebrare il campione o testimoniarne il declino; di sicuro ha saggiamente scelto la via mediana, anche se Napoli, come espressione sociale, esce un po’ ammaccata nei suoi estremi – e comunque opposti – passionali e malavitosi. Del resto parliamo degli anni Ottanta. Pure illuminati dalle gesta di un calciatore accostato (a volte subentrato) a Dio che con i piedi faceva ciò che gli illusionisti fanno con le mani, che lottava anche perché i napoletani non fossero più considerati “gli africani d’Italia”, che traduceva l’ensemble intenzionale sul rettangolo verde e che, per  tutto ciò, non aveva eguali.