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    VISTO DA MAXIM / Crescendo, musica come terapia anti-odio

    Fotografia: "CRESCENDO" DI DROR ZAHAVI (satine film)

    CRESCENDO – Regia di Dror Zahavi. Con Eyan Pinkovitch, Daniel Donskoy, Sabrina Amali, Mehdi Meskar, Bibiana Beglau, Götz Otto, Eyan Pinkovitch. Drammatico, musicale. Germania. Durata 112’.

    Il sogno, l’utopia. E in qualche modo l’utopia fa rima con armonia. L’armonia musicale e quella tra i popoli. Un concetto segue l’altro tra i monti altoatesini dove, appunto, l’utopia e il sogno vorrebbero levitare in forma di concerto per accompagnare una conferenza di pace che metta insieme le istanze di israeliani e palestinesi. Insomma siamo nei paraggi di un improbabile in cerca di mutazione verso il suo contrario attraverso violini, flauti, trombe e via così suonati appunto, da giovani israeliani e palestinesi riuniti nel nome di una difficile conciliazione.

    Questo racconta Crescendo (in sala dal 27 agosto) di Dror Zahavi, sessantunenne cineasta di Tel Aviv qua al terzo film per il cinema (e alle spalle una quasi trentennale attività televisiva fra serialità e tv movie), escursione immaginaria sul filo di una parola, crescendo, appunto, che sembra duplicare il suo significato fra la comune accezione musicale e lo sviluppo, meglio, l’evoluzione di una coscienza sociale, religiosa, storica e politica verso un’ipotetica conciliazione fra popoli.

    A guidare l’inedita orchestra viene chiamato un celebre direttore di nome Eduard Sporck (l’attore Peter Simonischek), ora in pensione, sulle prime restìo ad affrontare l’intrapresa, poi convinto dalla bontà della stessa a caricarsi sulle spalle ventidue giovanissimi musicisti metà dei quali provenienti da Tel Aviv e metà dalla Cisgiordania. Proprio lui, figlio di boia nazisti e ospite assai sgradito in Israele ed egualmente inviso ai palestinesi per l’ambiguità di ciò che rappresenta in questo momento. Già, perché quei ragazzi e quelle ragazze, sulle prime, non hanno la minima intenzione di mescolarsi gli uni con le altre. Anzi litigano. E volano parole grosse, minacce, avvertimenti, slogan, rimandi a pregresse efferatezze.

    Però il nome di Sporck, nonostante le problematiche ideologiche, rappresenta un richiamo forte per chi pratichi la musica e naturalmente, centimetro dopo centimetro, le prove del concerto riescono a decollare. Malgré tout. Però non si sa se la performance arriverà a compimento. Questo lo si scoprirà solo alla fine della storia: non è un “giallo”, ma l’epilogo è importante nelle sue valenze simboliche, sospeso fra due spinte contrapposte, fra la volontà di convivenza pacifica e l’odio incoercibile alimentato dal sospetto e dalla sete di vendetta. In mezzo le storie individuali: specialmente due, segnate da sfere emozionali antitetiche. Qua uno scontro tra irriducibili, la palestinese Layla (Sabrina Amali)  e l’israeliano Ron (Daniel Donskoy); là, al contrario, l’amore assai tenero che nasce fra Omar (Mehdi Meskar) e Shira (Eyan Pinkovitch), lui proveniente dalla Cisgiordania, lei da Tel Aviv.

    In termini di contenuti siamo nei paraggi del già visto, certo. Anche in altri luoghi, con altri generi musicali e altri colori della pelle. Insomma sembrerebbe tutto molto scontato nello sviluppo del racconto e nella sua aspirazione conclusiva. Invece il film rivela virtù inaspettate nell’esplorazione di ambienti e caratteri, nella scelta di quella cornice altoatesina così bizzarra e in qualche modo oppositiva rispetto all’habitat dei giovani musicisti: un specie di laboratorio spaziale dove sperimentare, lontano dal mondo, la possibilità di nuove combinazioni di chimica umana. Poca retorica, montaggio efficace con felice attitudine a privilegiare esterni fatti ora di panorami dolomitici ora di una regione mediorientale dove la polvere si confonde spesso e volentieri coi fumi dei lacrimogeni, parole, sguardi, gesti, infine riflessione collettiva quasi nei termini della psicanalisi di gruppo. Già, perché Sporck, direttore super partes  – o tout court “super” – si rivela anche un maestro di psicologia. Vedere per credere.