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    VISTO DA MAXIM/Charlie Says, nelle grinfie di Satana

    Fotografia: Una inquadratura da "Charlie Says" (No. Mad Entertainment)

    Charlie Says di Mary Harron, con Hannah Murray, Sosie Bacon, Marianne Rendon, Marritt Wever, Matt Smith, Grace Van Dien. Drammatico, USA. Durata 104’.

    Un altro cinquantenario. Perché il 1969, a quanto pare, fu un anno topico e per molti versi risolutivo, nonché, per certi aspetti, bislacco e rocambolesco, facendo da spartiacque fra due decenni profondamente diversi fra loro. La celebrazione, chiamiamola così, di oggi riguarda Charles Manson che nel ’69, all’apice della sua delirante svolta ideologica che vagheggiava uno scontro definitivo tra bianchi e neri per il riscatto dei secondi, convinse la sua setta che gli eventi si sarebbero ineluttabilmente compiuti dopo che i neri fossero stati accusati di alcuni omicidi da lui stesso orditi per fare da detonatore al conflitto. Dopo di che lui e la sua Family avrebbero atteso gli eventi in un pozzo mistico della Death Valley in attesa di risalirne e governare il nuovo ordine sociale.

    Disegno folle, è ovvio, corroborato dai delitti compiuti da alcuni degli adepti, in testa naturalmente quello più famoso (9 agosto) nella villa di Cielo Drive dove nella mattanza morì Sharon Tate incinta di otto mesi mentre suo marito Roman Polanski era a Londra a girare Rosemary’s Baby in una tragica – e per molti versi oscura – girandola di coincidenze sataniche.

    Le cose, come si sa, non andarono come Manson aveva previsto e non è qua il caso di rivangare una storia ampiamente rimasticata dal tempo. Si parla piuttosto di un film, Charlie Says (in sala dal 22 agosto): che la regista e sceneggiatrice canadese Mary Harron, sempre sospesa tra cronaca e letteratura (Ho sparato a Andy Warhol e American Psycho i suoi titoli più noti), riprende dal libro The Family di Ed Sanders, percorrendone l’ordito nell’interessante prospettiva rappresentata da tra giovani affiliate alla setta – Leslie “Lulu” Van Houten, Patricia “Katie” Krenwinkel e Susan “Sadie” Atkins rispettivamente recitate da Hannah Murray, Sosie Bacon e Marianne Rendón – condannate all’ergastolo e dialoganti in carcere con la psicologa Karlene Faith (Merritt Wever) tre anni dopo gli eventi.

    Si viaggia nelle loro teste e in quella di Charles Manson (l’attore Matt Smith), si discoprono i meccanismi dell’indottrinamento e del plagio psicologico all’interno di una comune tutta sesso, droga e letture dall’Apocalisse 9, Cristo e diavolo mischiati, ossessione dei Beatles visti come i Quattro Angeli dell’Apocalisse e della loro Helter Skelter (dal celebre White Album) tragicamente collegata al massacro di Cielo Drive e all’omicidio dei coniugi Leno e Rosemary LaBianca.

    Si dialoga in cella, tra confessioni, certezze e pochi dubbi, in una cornice di genere carcerario – infranta dai frequenti flashback sulla vita della Family e sulle stragi (Grace Van Dien presta credibilmente il volto a Haron Tate) – dove lo spirito di Manson aleggia sinistro mostrando di possedere ancora saldamente l’anima delle tre giovani. Salvo, forse, quella di una di loro, la “Lulu” più ingenua, sempliciotta e perfino romantica, protagonista nel finale di un immaginario sliding doors che probabilmente diventa la pagina più bella film. L’argomento musicale in linea con le epoche e del tutto plausibile è affidato a Peace of Mind, stoner rock e grunge dei Blue Cheer e a You’re Gonna Miss Me, rock psichedelico dei 13th Floor Elevators.