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    VISTO DA MAXIM/Aspromonte, il sogno corre sulla strada

    Fotografia: “Aspromonte – la terra degli ultimi” di Mimmo Calopresti (IIF – Italian international film distribuzione, ©nazareno migliaccio spina, ufficio stampa studio punto e virgola)

    ASPROMONTE – LA TERRA DEGLI ULTIMI – Regia di Mimmo Calopresti, con Valeria Bruni Tedeschi, Marcello Fonte, Francesco Colella, Marco Leonardi, Sergio Rubini. Drammatico, Italia. Durata 89’.

    Mimmo Calopresti e la sua vocazione civile, espressa attraverso un cinema fatto di sobrietà e pragmatismo. Elementi che si ritrovano in Aspromonte – La terra degli ultimi (in sala dal 21 novembre), dedicato nei titoli di testa “alla gente di Calabria”, nato dalla collaborazione fra il produttore del film Fulvio Lucisano e lo stesso regista, entrambi calabresi, con l’intento evidente di riscrivere una tranche di vita sociale desumendola dal libro Via dall’Aspromonte di Pietro Criaco (Editato da Rubbettino).

    Una storia d’isolamento all’inizio degli anni Cinquanta. In gran parte vera nella sua misura geografica e antropologica. Quella del paese di Africo arrampicato fra i monti su una roccia aguzza, “terra degli ultimi, di quelli che ancora rispettano i padri, terra dei poeti e della civiltà”, dove però si muore di parto perché non c’è il medico e dove manca la strada per percorrere i pochi chilometri che separano quel posto dalla sua propaggine marina. Senza contare che si vive pure alla luce di candela perché nessuno ci ha portato l’elettricità.

    Insomma situazione tostissima. Che gli abitanti di Africo, guidati dall’intraprendenza energica di Peppe (Francesco Colella), dalle motivazioni lirico-filosofiche di Ciccio (il Marcello Fonte di Dogman) e dalla combattività antagonistica di Cosimo (Marco Leonardi) tentano di ribaltare costruendosi per proprio contro una strada che unisca il paese alla marina: fiancheggiati nell’intrapresa dalla nuova maestra elementare Giulia (Valeria Bruni Tedeschi) che arriva dal Nord e che con Peppe consuma un’attrazione non più che platonica;  fieramente, anzi brutalmente osteggiati da Don Totò (Sergio Rubini), “padrone” locale che a suon di fucilate e minacce lascia intendere di non voler perdere il proprio potere liberando le aspirazioni di quella gente. Si aggiunga che, per non fasi mancare nulla, a suo tempo il tipaccio rubò a Peppe pure la moglie, aprendo con lui un non secondario fronte di ostilità.

    Il progresso e il suo contrario si affrontano così sullo stesso tavolo, tra i monti, la rabbia e le molte forme di repressione morale e fisica, aprendo la via al fatale abbandono di Africo da parte dei suoi abitanti e ad un cambiamento che, nonostante tutto, è destinato a compiersi.

    Calopresti, questo aneddoto preso ad immagine di un complesso passaggio sociologico e storico, lo racconta coi modi ruvidi e appassionati della favola ribellistica, in una visione anche “eroica” delle classi subalterne rispetto alla prepotenza – così come consumata all’epoca – di quelle egemoniche, specie nella parte del Sud ancora sottomessa al falso paternalismo di certe tirannìe locali e alle peggiori regole latifondistiche. Ne segue quindi un film dal sapore antico, di natura folclorica e d’ispirazione vagamente neorealistica nella sua semplicità rupestre, illustrato da un fotografia (di Stefano Falivene) che alterna al meglio le profondità luminose dei panorami alle tonalità pittoriche degli interni, alimentato dalle vibrazioni che ogni lotta degli umili riesce a produrre in prospettiva di riscatto.

    Aspromonte, come detto, è “dedicato alla gente di Calabria” ma non vuol essere soltanto omaggio o celebrazione. Piuttosto impressione, quasi in tempo reale, di una parte dell’Italia indietro di molti anni rispetto al resto del Paese o addirittura della regione: senza fare cronaca, però, né retorica, piuttosto raccontando alla maniera del piccolo romanzo epico (molto adeguate le belle musiche di Nicola Piovani) i fatti di gente comune: espressi con un dialetto che a tratti, nei passaggi più stretti dei dialoghi (scritti da Calopresti medesimo con Monica Zappelli), riceve l’aiuto dei sottotitoli; e rappresentati dalla recitazione frugale e disadorna di Colella, Fonte, Rubini e Leonardi col contributo femminile di Bruni Tedeschi – oramai “di casa” nel cinema dell’autore fin dai tempi dei suoi primi La seconda volta (’95) e La parola amore esiste (’98) – a completamento di una funzionale espressione drammaturgica.