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    VISTO DA MAXIM/Alps, performance per famiglie in lutto

    Fotografia: "Alps" di Yorgos Lanthymos (Phoenix international film con la distribuzione esecutiva di Antonio Carloni)

    ALPS – Regia di Yorgos Lanthimos, con Angeliki Papoulia, Aris Servetalis, Ariane Labed, Johnny Vekris. Drammatico, Grecia. Durata 94’.

    Correte a vedere Alps (al cinema dal 17 settembre): non è un film di primo pelo ma è diretto da un autore geniale e raffinato come il greco Yorgos Lanthimos (6 realizzazioni finora, tra le quali Il sacrificio del cervo sacro, The Lobster e La favorita e una bella sfilza di premi ricevuti incluso un Gran Premio della Giuria a Venezia oltre candidature agli Oscar) il quale, a 47 anni, è già uno nei nomi più rinomati della cinematografia mondiale. Cosa che Alps, appunto, ampiamente giustifica e suggerisce.

    Intanto il titolo. Per spiegare che non è una storia di montagna o di perigliose arrampicate rupestri, “Alpi” è il nome di un gruppo apparentemente bizzarro nato tra una palestra e un ospedale e composto da alter ego di gente defunta. Lo guida un  Soccorritore (Aris Servetalis), con accanto una Ginnasta (Ariane Labed), un Allenatore (Johnny Vekris) e un’Infermiera (Angeliki Papoulia) che pian piano diventerà  personaggio-guida dell’intera  faccenda. Perché “Alpi”? Per due ragioni, spiega agli altri tre  il Soccorritore che assume il ruolo di capo facendosi, appunto, chiamare “Monte Bianco”: la prima è che quel nome non rivela nulla del compito svolto dal gruppo;  la seconda, un po’ più elaborata ma chiara, è testualmente “simbolica, perché nessuna montagna può sostituire quelle delle Alpi che tuttavia, a loro volta, possono sostituire le altre con i loro nomi”. Ecco che, allora, l’Allenatore diventa “Cervino” e  la Ginnasta “Monte Rosa”, mentre l’Infermiera rimane senza vetta e il motivo lo si scoprirà nel finale che logicamente non riveliamo.

    Angeli della morte e della vita, al tempo stesso. Si fanno “assumere” da famiglie che piangono le loro perdite per aiutarle ad elaborare i rispettivi lutti: c’è chi ha perso l’unica giovane figlia tennista, chi una moglie canadese, chi un ufficiale di marina, chi il barbiere di fiducia, chi un marito fedifrago. E loro lì a darsi da fare a sostituire i defunti mettendo in piedi una recita, insieme, realistica e grottesca. Niente da ridere, ovviamente, in questo original-geniale e lucido costrutto che Lanthimos elabora anche a livello di sceneggiatura col fido Efthymis Filippou. Nel box c’è un tristissimo e disperato rapporto con la morte tra le spire di un film fatto di silenzi e sussurri, attese, crudeltà e primi piani in una composizione che si tinge dei cromatismi spesso lividi nella fotografia di Christos Voudouris.

    Poi c’è una specie di leitmotiv nei volteggi in palestra della Ginnasta e nel suo difficile rapporto con l’Allenatore, il quale la vuole danzante sulle note torreggianti di O Fortuna, prologo dei Carmina Burana versione Carl Orff (esecuzione Königich Flämische Philarmonie) mentre lei implora il pop e perciò viene costantemente vessata prima di spuntarla, finalmente, sulle linee synthpop di Popcorn delle Marsheaux. Poverina, un percorso pieno di chiodi e di sofferenza che la spinge quasi al suicidio: lasciando affiorare in questa tranche narrativa quella venatura perversa che probabilmente attraversa lo spirito del gruppo (magari non di tutti i suoi componenti) apparentemente limpido e benigno ma strutturato su regole tanto ferree da sembrare quelle di una setta. Cui qualcuno si può anche ribellare viaggiando per proprio conto in un processo di identificazione che oltrepassa la recita arrivando all’ossessione e alla follia. E imbarcando sesso e costernazione.