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    VISTO DA MAXIM/Alla ricerca del reggiseno perduto

    Fotografia: Scene da "The Bra-Il reggipetto" (lab 80 film distribuzione)

    THE BRA – IL REGGIPETTO – Regìa di Veit Helmer, con Predrag “Miki” Manojlovic, Denis Lavant, Paz Vega, Maia Morgenstern, Chulpan Khamatova, Frankie Wallach, Irmena Chichikova, Boryana Manoilova. Commedia poetica. Germania/Azerbaigian. Durata 90’.

    Un’esperienza. Vedere questo film è visitare un diverso modo di rappresentazione entrando nella sfera di un cinema puro, nel senso di “puro cinema”, governato dal dominio dell’immagine a sua volta totalmente controllata dalla regìa di Veit Helmer, 51enne cineasta tedesco di Hannover viaggiante fra sperimentalismo e tradizione. E capace, con Il reggipetto (in sala dal 17 novembre)  di sfornare un’operina squisita sul filo del “muto” praticato non come vezzo ma come metodo.

    A quello difatti si riferisce Helmer, evocando stilisticamente il suo stesso Tuvalu del ’99, non dimenticando peraltro le lezioni di Chaplin e soprattutto di Buster Keaton con i quali, senza arrampicarsi sugli specchi di improbabili comparazioni, non si possono negare legami e analogie. Vedere per credere: il macchinista ferroviere sul far della pensione Nurlan (Miki Manojlovic) adoperarsi nei modi più rocamboleschi per scovare la proprietaria di un reggiseno che gli si è infilato nel locomotore durante un passaggio tra le casette periferiche di Baku, ricerca intensificata con l’arrivo, appunto, della stasi pensionistica e il tanto tempo da occupare.

    Già, perché nel cuore della capitale azerbaigiana è come se il vecchio rugginoso treno merci si sia scavato una strada tra le abitazioni durante il suo quotidiano transitare, proprio come un fiume col suo letto. Sicché, sopra le rotaie, panni stesi, tavolini dove si gioca a carte o si beve il tè e altre (occup)azioni interrotte ogni 24 ore dal trillo di fischietto di uno scugnizzo che precede l’arrivo del convoglio tra il precipitoso ritirarsi della gente.

    Inevitabile che, a furia di passare quasi dentro le case, sul locomotore rimangano scorie d’ogni tipo, specialmente panni travolti dal convoglio che il giorno dopo vengono riconsegnati ai loro proprietari dal solerte Nurlan. Cosa che non gli riesce, proprio nell’adesso del film, col reggipetto del titolo, lo stesso che ha visto indossato e sfilato da una sconosciuta dietro i vetri di una finestra durante il passaggio del suo treno, incapace di memorizzare la posizione di quella casa ma letteralmente folgorato dall’apparizione. Tanto, appunto, da mettersi a cercare quella donna bussando a tutte le porte e assistendo alle relative “prove”. Troppo piccolo, troppo grande, insomma fuori misura. Ogni volta che il test fallisce monta in Nurlan la delusione: in una traccia narrativa che ovviamente, passo dopo passo, porta dopo porta, conduce ad un finale cui è giusto dare la chance della sorpresa.

    Tutto senza parole, col solo sostegno di un tema musicale sempre sintonizzato sulle diverse fasi del racconto, mai invasivo. In una commedia poetica e pudica, per la quale, come già detto prima,  evocare esplicitamente il cinema muto non è reato; per giunta con un protagonista, Miki Manojlovic, attore popolare che abbiamo visto decine di volte sugli schermi internazionali, un po’ Walter Matthau e un po’ Keaton del quale ci ha ricordato, qua, lo stordimento malinconico della solitudine cui lo costringe la storia: specie dopo l’ingresso in pensione con  la perdita del “suo” locomotore e il perdurare di un desiderio d’amare dal quale derivano gli echi di un erotismo remoto, quasi impalpabile, rarefatto, sorprendentemente delicato e fine.

    A rappresentarlo, questo apologo sul desiderio d’amore trattato in equilibrio fra humour e dramma, sono ovviamente le donne che scorrono nel racconto, quasi a replicare la lunga teoria di vagoni merci  attraversante l’inquadratura fissa dei piani sequenza sui ramati panorami caucasici, seduttivi, magnetici, lunari.  Paz Vega su tutte nei panni di Daria, sempre molto sexy, più d’ogni altra chiamata a simboleggiare qualcosa che avesse a che fare coi seni femminili, considerata la sua pur non prorompente e mai ordinaria inclinazione alle scollature. Ma meriti anche a tutte le altre e ai loro modi di far gag da camerino di prova confrontandosi in varia maniera con lo stralunato visitatore. A Nurlan offre spalla, a bordo del locomotore, l’altro macchinista Kamal (Denis Lavant), figurina elegiaca, anche questa da silent movie, musicista che con la sua piccola tromba s’abbandona a incredibili session ritmate dallo sferragliare del treno sui binari, lasciando che il suono s’espanda nel paesaggio come se l’arcigna natura volesse farsi “sinfonica”.

    Insomma molto sogno d’affetti, poesia e gentilezza, coi quali, grazie anche alla fotografia di Felix Leiberg e ai suoi impasti cromatici ora bruni, ora solari, s’intreccia quale contrappunto l’apoteosi meccanica e metallica di un ambiente fatto di docks, strade ferrate, acciaio. Materia e spirito perciò, nell’eloquenza di immagini che, nella viva perizia della regìa, non hanno bisogno di dialoghi.