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    VISTO DA MAXIM/Ad Astra, Brad Pitt e il contatto umano

    Fotografia: Due scene dal film (20th Century Fox)

    AD ASTRA – Regia di James Gray, con Brad Pitt, Tommy Lee Jones, Ruth Negga, Liv Tyler, Donald Sutherland. Fantascienza/drammatico, Usa, durata 124’.

    “Per aspera ad astra” ovvero “Attraverso le avversità, verso le stelle”. Questa frase latina ispira il titolo del nuovo film di James Gray, Ad Astra, dal 26 settembre al cinema dopo essere stato presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia. Qui è stato accolto con tepore: gran parte della critica non si è spesa in grandi lodi, qualche collega ha trattenuto a fatica il sonno. Noi, invece, forse approfitteremo dell’uscita del film in sala per vederlo di nuovo e immergerci ancora una volta, con partecipazione e commozione, nel viaggio abissale tra astri e fragilità umane.

    Brad Pitt: dimenticatevi quello già nelle sale, lo stuntman bellimbusto dalle mani facili e problem solving di C’era una volta a… Hollywood di Quentin Tarantino. Come ha detto anche l’attore, il personaggio che interpreta in Ad Astra non è il classico macho. Si allontana dagli stereotipi della mascolinità, ha ferite intime che bruciano a pelle. Ed è questa la sua bellezza peculiare. È un uomo dal viso impassibile la cui interiorità pulsa e sconquassa. Un uomo apparentemente impermeabile a sentimenti e stimoli esteriori, che si è messo addosso una corazza per superare il trauma dell’abbandono, della perdita, della mancanza d’amore. Come il retaggio culturale ci ha insegnato, cerca di celare le sue debolezze, che infine vengono a galla, non solo nei monologhi interiori in cui ci immergiamo come se fossero nostri.

    “In un futuro prossimo, in tempi di speranza e conflitto”, Pitt è il maggiore Roy McBride, astronauta dall’autocontrollo quasi glaciale impegnato a localizzare forme di vita aliena nell’Antenna Spaziale Internazionale. Sembra tener lontano da sé calore e parole: la sua fidanzata (Liv Tyler) se n’è andata, incapace di sostenere i suoi muri di silenzio.

    Mentre è al lavoro, dentro la sua tutta spaziale, un improvviso sbalzo di corrente gli costa quasi la vita. “Dovrei provare qualcosa. Sono sopravvissuto”, si dice Roy.
    Roy è taciturno ma tra sé e sé si osserva e si interroga, in una sorta di diario personale di dubbi e ricerca.
    Convocato dai boss dell’intelligence statunitense, viene incaricato di una missione speciale che ha l’obiettivo di scoprire l’origine dei picchi energetici che piombano sulla Terra generando devastanti incidenti. La missione, però, oltre al contesto terrestre e planetario, tocca una sfera profondamente personale, un nodo irrisolto dell’esistenza di Roy: deve indagare sulla scomparsa di suo padre (Tommy Lee Jones), astronauta capitano del Progetto Lima, una vecchia missione la cui navicella spaziale è sparita nel nulla, sedici anni dopo il lancio.

    Insieme a Roy, voliamo verso la Luna, contesa da diverse fazioni terrestri, e verso Marte, già colonizzato. Il futuro disegnato da Gray ha esplorato nuovi pianeti ma non è troppo diverso dall’oggi, non è idilliaco né distopico, è impregnato di pragmatico realismo.
    Gray dà anche risposte alle nostre domande esistenzialistiche: al di là della Terra, c’è qualche altra forma di vita nello spazio? Ovviamente non ricadremo in spoiler ora, anche perché non è troppo importante la risposta.
    La risposta più importante che ci restituisce Ad Astra è che nel viaggio degli uomini attraverso le avversità, verso le stelle, forse la spinta più importante per vivere e lottare sta in una mano umana, altra, sconosciuta o amica, che si apre davanti a noi. Il contatto umano. Quella sottile e sotterranea solidarietà tra anime sofferenti che predicava anche il Leopardi ne La Ginestra.