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    VISTO DA MAXIM / 4 vite spericolate tra sesso e pentimenti

    Fotografia: "4 VITE" DI 4 VITE di Arnaud des Pallières: Adèle Haenel PROTAGONISTA DEL FILM (© Les Films Hatari – Les Films d'Ici-min-min / mOVIES INSPIRED)

    4 VITE – Regia di Arnaud des Pallières. Con Adèle Haenel, Adèle Exarchopoulos, Solène Rigot, Vega Cuzytek, Jalil Lespert, Gemma Arterton, Nicolas Duvauchelle, Sergi López, Karim Leklou, Robert Hunger-Bühler. Drammatico. Francia. Durata 112’.

    Ecco un film da vedere. Al cinema, ovviamente, dopo la grand bouffe televisiva degli ultimi mesi e della forzata preclusione delle sale. E poco importa che non sia nuovissimo, essendo uscito tre anni fa in Francia, opera quinta del cineasta parigino Arnaud des Pallières, in arrivo in Italia dal 27 agosto con tutte le garanzie emotive ed artistiche di poterne garantire una felice fruizione.

    Difatti le quattro vite del titolo (l’originale era Orpheline) hanno la virtù narrativa concedersi ad una doppia lettura: cioè quella della loro convergenza in una vita soltanto, della quale si attraversano appunto quattro fasi (infanzia, adolescenza, maturità e presa di coscienza); e quelle dei personaggi che girano attorno alla protagonista, determinandone scelte e derive esistenziali. Va detto che propendiamo, come quasi certamente il regista, per la prima interpretazione.

    La protagonista della quale parliamo di chiama Renée (Adèle Haenel, la sua apparizione più recente in Ritratto della giovane in fiamme di Céline Sciamma), che nell’oggi ritroviamo insegnante a scuola, felicemente sposata e desiderosa d’un figlio. Ma in questo sereno andare degli eventi l’irruzione di un’altra donna, Sandra (Adèle Exarchopoulos), ci fa capire che qualcosa non va, anzi preannuncia l’arrivo d’una vera propria tempesta  nella vita di Renée. Della quale, attraverso un lungo flashback, spezzato qua e là da sporadici ritorni al presente, sapremo praticamente tutto, dell’infanzia traumatizzata, dell’adolescenza incline al sesso facile e alla perdizione, dell’attualità a due facce, apparentemente più pacata ma non priva di sorprendenti viluppi.

    L’eroina del film, anche a livello di recitazione, è Adèle Haenel: dà vita ad un personaggio che ricorda anche fisicamente la Béatrice Dalle di Betty Blue (Jean-Jacques Beineix, 1986), ugualmente imprevedibile e selvaggia così come lo erano, su versanti di consapevolezza e ribellione, le figure femminili di Márta Mészáros e quelle di tanta gioventù perduta narrata dal cinema francese e franco-svizzero degli anni Settenta, inclusa la Jenny Kern (Isabelle Huppert allora 25enne) di Les indiens sont encore loin (Patricia Moraz, 1977).

    Tutto questo per dire di un’opera febbrile e irrequieta, dalle forti dinamiche interiori intensificate dall’impiego di primi e primissimi piani, dall’avveduto utilizzo di un montaggio ora alternato, ora funzionale a certe evoluzioni ansiogene del racconto. Molti meriti anche alla fotografia del quotatissimo belga Yves Cape, uno che come pochi riesce a dare profondità e corpo cromatico alle immagini e all’azione che vi si espande.