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    Synth e LSD: un casuale, lisergico “trip” nel passato

    Fotografia: Shutterstock

    Ingegnere americano ripara un sintetizzatore degli anni ’60 contenente tracce di LSD e, inconsapevolmente, inizia un viaggio di 9 ore

     

    “Se le porte della percezione fossero sgombrate, ogni cosa apparirebbe com’è, infinita”.

    Quando lo scrittore britannico Aldous Huxley inserì nell’incipit del suo celebre saggio “Le porte della percezione” (The Doors of Perception) questi altissimi ed illuminanti versi del poeta William Blake – ispirando peraltro e istruendo una generazione intera (vedi gli stessi The Doors di Jim Morrison) – non avrebbe mai pensato ad un utilizzo così involontario e fortuito di quella teorizzata, studiata e decantata droga, più di mezzo secolo dopo.

    Involontario e fortuito, appunto, è stato lo “sballo” di ben 9 ore che il tecnico americano, riparatore esperto di strumenti musicali vintage, Eliot Curtis, si è autoindotto semplicemente facendo il suo lavoro.

    Il manager e ingegnere della KPIX Television era intento a riparare un prezioso synth, modello Buchla 100 (ormai un pezzo di storia), custodito alla Cal State University in California, quando, nel tentare di riportare in vita i suoni e le atmosfere degli anni ’60 e della Summer of Love, ha riportato in sé quell’esperienza che molti artisti (e non solo) del tempo fecero propria, definendo e rimodellando un’intera epoca ed il pensiero collettivo della stessa.

    I giornali locali riportano così i fatti:

    dopo aver portato il sintetizzatore a casa, per lavorarci in completa tranquillità, Curtis si è accorto che su alcune manopole vi era uno strato cristallino che ne impediva il normale funzionamento. Allora il tecnico ha rimosso tale strato con le mani, non sapendo ovviamente che quella patina cristallizzata fosse un residuo di LSD tanto vecchio quanto lo strumento stesso.

    C’è da dire che era pratica comunemente diffusa, tra i musicisti ed i rocker del tempo, quella di cospargere la punta delle dita di questa sostanza sintetizzata dal “divino” peyote dei nativi americani, per poter avere una connessione totale con la musica e con le vibrazioni dell’universo circostante. Tuttavia, prima di connettersi ad una mescalinica trascendenza, gli artisti dovevano obbligatoriamente farlo con gli strumenti; da qui le tracce rimaste sul suddetto sintetizzatore (conservato in condizioni ottimali di temperatura, luce ed umidità per oltre 50 anni).

    Dopo circa 45 minuti l’ingegnere racconta di aver iniziato ad avvertire un formicolio agli arti (uno dei primi comuni sintomi del trip da LSD) e, da lì, è partita una serie di allucinazioni e distorsioni della realtà oggettiva delle cose che nella completa e totalizzante percezione alterata e più profonda del momento hanno contribuito a sostenere questo lungo viaggio di 9 ore.

    Fortunatamente Curtis è riuscito ad avvertire in tempo l’ospedale, il quale ha inviato un ambulanza che ha portato l’ignaro tossico nelle sue strutture per tranquillizzarlo e fornirgli le opportune cure.

    Lo strato cristallino è stato poi effettivamente identificato come dietilamide-25 dell’acido lisergico; ed, andando a scavare nella storia dello strumento che stava riparando, ciò non ci sorprende per niente. Infatti tra i migliori amici e collaboratori di Don Buchla (costruttore di synth artigianali negli anni ’60) c’era – tra gli altri – Owsley Stanley, uno dei principali produttori di LSD della Bay-area di San Francisco, ingegnere ed inventore del famoso “wall of sound”, nonché tecnico del suono nei live dei Grateful Dead di Jerry Garcia, ricordati oltre che per la psichedelia della loro musica spaziale, anche (e a volte soprattutto) per l’uso di sostanze stupefacenti, dichiaratamente d’ispirazione per la band. 

    Dunque, in maniera del tutto involontaria e casuale, un tecnico del suono ha riaperto uno squarcio temporale e quelle “porte della percezione” che erano rimaste chiuse da troppi anni, riportando ai giorni nostri quel sentimento “Dazed and Confused” che, così magicamente, era capace di fondere musica e spirito ma che, come tutta la rivoluzione culturale degli anni ’60, era destinato ad infrangersi – violento e solitario – sugli scogli del tempo.