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    Rugby. Biagi: “In coppa possiamo fare la storia”

    Fotografia: George Biagi (Amarcord Fotovideo)

    Appuntamento con la storia per le Zebre, la franchigia federale italiana di Pro 14, questa sera impegnata in Francia per la sfida di Challenge Cup con lo Stade Rochelais che, in caso di successo, significherebbe prima qualificazione ai quarti di finale per un club italiano.

    Abbiamo incontrato George Biagi, capitano delle Zebre, rugbista italo-scozzese, nato nel 1985 a Irvine, città dell’Ayrshire Settentrionale.

    George, la sfida di coppa stasera significa tantissimo per la vostra stagione e non solo.

    “Il confronto con i francesi arriva dopo il successo con i russi a la doppia sfida con il Bristol che si è conclusa con un successo a testa. Siamo in corsa per il secondo posto, ci giochiamo bel pezzo di qualificazione.”

    Avete provato il campo?

    “Ci siamo allenati in una struttura vicina. Nonostante questo mi aspetto un manto di gioco in buone condizioni, non ha piovuto e il clima è mite.”

    Terreno a parte, stasera la tattica farà la differenza: sfiderete dei colossi.

    “I transalpini hanno una mischia di gran lunga più pesante della nostra: il più piccolo pesa 140 kg (ride). Quando ti trovi in una situazione del genere, la strategia è fondamentale. Loro cercheranno di interrompere il gioco, noi dovremo tenere il pallone, farli correre tanto nel tentativo di farli stancare, vista la differenza di peso.”

    Dopo la doppia sfida di coppa, a fine mese vi aspetta la trasferta in Sudafrica con i Toyota Cheetahs che vi hanno battuti in casa 27-12 pochi giorni fa

    “Un risultato bugiardo, sono un avversario alla nostra portata. Possiamo riscattarci dalla brutta performance della scorsa settimana, aggiustando qualcosa in mischia e touche e giocarcela alla pari. Il problema sarà il caldo 35 gradi e l’aria fine:  è una sfida in altitudine, ti bruciano i polmoni quando respiri.”

    Sei scozzese ma parli un italiano perfetto.

    “Sono nato in Scozia quando papà lavorava nel Regno Unito . I miei parenti sono di Barga, una cittadina della toscana vicino Lucca, dalla quale tante famiglie emigrarono in Scozia e in Sudamerica, dopo la guerra, in cerca di fortuna. I miei nonni hanno fatto parte del gruppo che si traferì nel Regno Unito.”

    Il tuo iter di vita qual è stato?

    “Primi anni vissuti in Scozia, poi tornato in Italia fino alle medie e al Liceo il viaggio a ritroso.”

    Per essere uno ‘scozzese’ hai iniziato a giocare tardi a rugby, a 13 anni.

    “Oltremanica, praticavo calcio basket nuoto judo. D’Inverno, invece, non c’era molta scelta, ti davano una palla ovale dicendoti di correre e io ho corso.”

    Che differenze hai notato fra il Regno Unito e l’Italia nella formazione dei giovani giocatori?

    “Bene o male la preparazione è molto simile. Ogni allenatore imposta la squadra in base alla rosa a disposizione, come nel professionismo: noi Zebre per esempio giochiamo alla mano, l’ Edimburgo applica una tattica conservativa. Venendo al punto, in Scozia il rugby è diffuso in tutto il Paese, migliaia di bambini si sfidano ogni giorno: è uno sport nazionale, tutti lo conoscono, la gente cresce con la palla ovale in mano. In Italia, si gioca in poche regioni e il numero di ragazzi tra i quali scegliere è notevolmente inferiore rispetto alla Scozia. Aggiungici che alcuni impianti non hanno le luci per giocare la sera e gli allenamenti sono limitati. Secondo me è solo una questione di numeri.”

    Un’ultima cosa. Recentemente avete fatto un calendario ‘arcobaleno’ un messaggio forte contro l’omofobia, soprattutto dopo l’aggressione subita da Gareth Thomas in Scozia, picchiato per essere gay.

    “Lo sport sta cambiando ma i valori del rugby sono sempre gli stessi: tutti uguali. I nuovi giocatori vengono accolti come vecchi amici, il terzo tempo ti lega all’avversario a fine partita. Da noi non c’è spazio per divisioni e steccati.”

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