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    Race for the cure: cos’è la marcia contro il cancro?

    Fotografia: Francesco Guglielmi

    La corsa per la lotta contro il tumore compie 20 anni e si conferma una manifestazione fantastica. Ecco perchè è importante partecipare

    Dopo quattro giorni di eventi dedicati alla prevenzione e alla cura del tumore, si è chiusa ieri la “Race for the cure”, una manifestazione, la più grande al mondo, per la lotta contro il tumore al seno. Organizzata per la prima volta nel 1982 a Dallas, arriva in Italia nel 1999 capitanata dal Prof. Masetti, oncologo di fama internazionale che festeggia quest’anno la ventesima edizione della Race con numeri da record: circa 82.000 partecipazioni solo nella manifestazione di Roma.

    Chi partecipa? Tutti.

    L’evento si divide in quattro giorni e la partecipazione è aperta a tutti: uomini, donne, famiglie, sportivi si sono incontrati a Roma, a Circo Massimo, dove all’interno di decine di stand era possibile partecipare ad attività di diverso tipo, tutte indirizzate alla prevenzione o alla cura di una malattia tanto diffusa quanto male conosciuta. La manifestazione si è chiusa ieri con la corsa vera e propria, 5 km di corsa a cui si può partecipare agonisticamente o per fare una passeggiata a Roma. Lo sport, nuovamente, unisce sotto la pioggia persone di ogni età, tutte unite da un nobile obiettivo: la lotta contro il tumore, in particolare quello al seno.

    Race For The Cure

    Entrando nel complesso organizzato, si ha la percezione che lì, effettivamente, la lotta contro il cancro la si sta combattendo. E non ci si riferisce ai numeri che l’evento fa registrare (in 20 anni sono state fornite 70mila prestazioni sanitarie gratuite e 17 milioni sono stati investiti in 850 progetti per la salute), un sostegno economico-sanitario quantificabile, ma a una serie diversa di battaglie. Questi problemi ci sono parsi chiari.

    Come insegna Veronesi, il tumore al seno è una delle malattie più diffuse in Italia e nel mondo: molti di noi sono entrati a contatto con persone che hanno combattuto contro questo male, moltissimi personaggi famosi l’hanno dichiarato presentando alla coscienza popolare l’esistenza di questa realtà. Questa frequenza ha portato il cancro ad essere percepito come una minaccia reale, costantemente presente. La possibilità di avere il cancro ha generato paura, una paura che non aiuta a comprendere di cosa si parla, una paura che porta ad un certo tipo di chiusura: se non ne parlo, non lo subisco; evito controlli, il problema non riguarda me. Nonostante i giganteschi passi in avanti fatti dalla ricerca che permettono oggi curare il tumore al seno e di prevenirlo, poca è la conoscenza che si ha di questa malattia, ancora meno l’importanza della prevenzione e dell’esercizio fisico, le norme corrette dell’alimentazione. Bisogna, invece, parlarne, conoscere i rischi, sapere quali abitudini vanno modificate, quali sono i controlli che vanno fatti, ogni quanto tempo serve rinnovarli. Ecco, allora, la “Race for the cure”: percorsi di promozione della salute, consulenze e prestazioni specialistiche, corsi di yoga, interventi di massimi specialisti; un luogo che dà la possibilità di conoscere a fondo cos’è il cancro e come prevenirlo, con tanto di esami gratuiti.

     

    Pink Woman

    Il timore determina la chiusura di molti nei confronti di questa realtà, una sorta di negazione apriori di questa possibilità, come se questo bastasse ad allontanarla per renderla inoffensiva; il risultato, come abbiamo visto, troppe volte è quello dell’ignoranza e della mancata prevenzione, ma non solo: è anche la recita di un epitaffio di fronte a chi, di tumore, si ammala. Quando qualcuno ci dice che è malato di tumore, la paura e l’ignoranza trasformano la persona che abbiamo davanti in un condannato a morte. E così percepiscono poi la realtà quelli che il tumore lo subiscono: malati, dove per malato s’intende qualcuno che ha qualcosa che non conosciamo, ma che sicuramente non sappiamo gestire. Sbagliato. Il tumore si può combattere e vincere, ma è necessario un supporto psicologico, umano, un sostegno. Cerchiamo di calarci nella situazione: un giorno, probabilmente senza sintomi esterni, da una mammografia fatta per controllo viene fuori che abbiamo un tumore. Ma cosa significa? Dov’è? Noi non lo percepiamo, non lo vediamo, non stiamo male; la diagnosi è chiara: siamo malati. In breve tempo è il nostro corpo a dircelo, il tumore il corpo lo cambia, lo trasforma. Ma noi continuiamo a non vederlo, a non capire, a non sentirci malati. Eppure, le persone ci guardano con compassione, gli occhi di chi ci osserva sono dispiaciuti e rassegnati. Poi la chemioterapia: il dolore fisico inizia a diventare insopportabile e inspiegabile. Come lo si comunica? Molte parole sono state spese per definire il mal d’animo, molto poche per il male fisico. Il vortice psico-fisico entro il quale entro il quale entreremmo verrebbe potenziato dalla difficoltà di comunicazione. Noi non riusciamo a capire cosa ci sta accadendo, ciò che non vediamo ma percepiamo; le persone intorno sembrano provarci, ma come possono capirci? Non stanno soffrendo, non si sentono marchiati a fuoco come “malati”.

    Nonostante le cure e la vicinanza delle persone amate, spesso il cancro conduce in un labirinto: è difficile comunicare, difficile è sentirsi compresi, facilissimo perdersi. “Pink Woman” è un’associazione di donne che hanno combattuto e combattono contro il cancro: soprattutto a loro è dedicata la Race, a loro è dedicato quello spazio. In questo modo quella manifestazione assume un valore inimitabile: diventa un luogo d’incontro dove non avere i capelli non è il biglietto d’ingresso per un ghetto, ma è normale; il dolore non va spiegato, va condiviso; la condivisione è essenza della felicità: donne che ridono, che piangono, che guadagnano la forza di combattere perché capiscono se stesse, si conoscono, comprendono le altre.

    Una manifestazione fantastica, un evento fondamentale: il prossimo anno tutti sono invitati a partecipare. In marcia contro il tumore!