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    Questo Natale da “ex”: nostalgia del Cinepanettone

    Fotografia: Il gruppo storico di “Vacanze di Natale” di Carlo Vanzina, 1983 (foto Filmauro); nel testo: Massimo Boldi e Christian De Sica in “Natale in India”di Neri Parenti, 2003 (foto Filmauro); Fabio De Luigi in “Dieci giorni con Babbo Natale” di Alessando Genovesi, 2020 (© Loris T. Zambelli, Medusa Film)

    C’ERA UNA VOLTA. Come nelle vecchie croccanti favole.

    C’era una volta. Il cinema a Natale. “Di” Natale. Oggi come una figura mitologica, una rappresentazione  fantàsmica, quel cinema sembra appartenere a una dimensione altra, sospesa tra passato e astrazione. Eppure solo un anno fa, di questi tempi, produttori, distributori e sale apparecchiavano le loro proposte più acconce al periodo e lo spettatore – anche quello occasionale che al cinema andava una volta in 356 giorni, 12 mesi e 52/53 settimane – s’appressava a non mancare la sua seduta con l’immaginario.

    Nostalgia del Cinepanettone? Si direbbe di sì. A vedere le sale chiuse, silenziose e dark, senza il profumo di popcorn che allora, a qualcuno, faceva anche un po’ ripulsa e che adesso, invece, come cantava Gino Paoli in Sapore di sale (suona come un doppio senso…), ha un gusto un po’ amaro di cose perdute.

    Non solo il Cinepanettone, naturalmente. Si guarda anche al film d’autore, al sentimentale e a tutti quei generi che parevano affidarsi alla quinzaine delle feste per acciuffare incassi pingui rispetto all’ordinario. Insomma un evento. Che i tempi più recenti avevano affrancato dalle tradizionali date prenatalizie con uno studio sempre più razionale e sofisticato dei calendari individuando date strategiche di distribuzione fra il capodanno e l’epifania.

    Bizzarre percezioni. Di un cinema fantomatico e per alcuni versi fantasmagorico che faceva tutt’uno coi climi festivi: spesso diventandone, anzi, rappresentazione allegorica e associazione iconografica. Basti pensare ai volti dei molti attori che ne sono stati simbolo – Massimo Boldi e Christian De Sica in testa – e alle mani dei registi che li hanno guidati, da Carlo Vanzina a Neri Parenti e a tutti gli altri, via via modificando negli anni localizzazioni e storie dalle nevi di Cortina alle crociere esotiche; ma sempre rispettando una connotazione temporale sintonizzata sulle date di programmazione e lasciando con il “Natale” si percepisse ovunque, al mare come in montagna.

    Un cinema un po’ trash. Mai amato dalla critica, quasi sempre premiato dal pubblico e dal boxoffice nella sua vocazione di commedia rivisitata e diventata “genere” specifico, dove spesso la grevità era di casa e i personaggi femminili non erano sempre castigatissimi, aprendo le porte a giovani star inclini a procaci esposizioni di sé. E in cimi di rivalutazioni postume, questa sorta B-movie e derivazioni slapstick che s’affermò con la produzione di Aurelio De Laurentiis seguita da quelle di Medusa Film e in parte Raicinema, può riprodurre, con le necessarie distanze, lo stesso processo di  recupero e in parte di riscoperta che ha poi assegnato a Franco Franchi & Ciccio Ingrassia e perfino a Totò (in coppia con Peppino De Filippo) un posto di preminenza – per non dire di “culto” – nella commedia italiana. Specie oggi, che la sala cinematografica è simile ad una chimera e la nostalgia di certi rituali incalza.

    Eccolo, il cinema del presente. Intrappolato nelle piattaforme e nell’ensemble paludoso dello streaming che mescolano cinema, serie e docu-serie e non danno risposte di gradimento e di incassi com’era in quella gara tutta speciale delle festività e del passaparola che potevano decretare la fortuna o la débâcle di un film. Manca ai registi e agli attori la risposta più importante, quella del pubblico cui, a sua volta, manca sicuramente il luogo di ritrovo per antonomasia.

    Apoteosi dell’assenza, dunque della non-presenza. Dominio del buco nero in questo Natale mascherato carico di angoscia, tribolazione e insonnia collettiva. Dove certo c’è di peggio e di periglioso rispetto a quel “e adesso tutti al cinema” che pure, nella sua levità rituale e metodico-abitudinaria, sollevava le famiglie discoprendo una grande verità spesso inconfessata e sempre inconfessabile: quella di risolvere con il “film di Natale” certi grandiosi pomeriggi dei 25 e 26 dicembre esorcizzando con l’esodo di padri, figli, nonni e nipoti  gli incubi di incombenti sonnacchiose interminabili tombolate postprandiali.