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    Quell’anima “pop” di Fausto Brizzi (e della sua Banda)

    Fotografia: "la mia banda suona il pop", il film e fausto brizzi (©federica di benedetto)

    Quanto va di moda la parola reunion? Un sacco. Si usa, come tutti sanno, per dire di una vecchia band che decide di riassemblarsi dopo anni di separazione e tornare sullo stage. Lo si fa un po’ per nostalgia della giovinezza andata, un po’ per mai sopìta passione musicale, specie “quella” che negli anni tra i Sessanta e gli Ottanta s’era trasformata in un stile di vita e di pensiero con una profondità mai ribadita nei tempi a venire. Sicché oggi Fausto Brizzi, sempre molto attento alle evoluzioni dei caratteri umani connessi alla fluttuazione costante dei modelli sociali, fa di quel concetto, la “reunion” appunto, lo start creativo del nuovo film La mia banda suona il pop (dal 20 febbraio in sala prodotto da Luca Barbareschi e distribuito da Medusa), spostando l’asse sulla commedia e sull’ironia con l’innesto di un genere thriller/gangsteristico sorprendente e risolutivo oltreché non privo di accenti grotteschi.

    La storia è quella di una gruppo musicale, i Popcorn, famoso negli 80’s, che adesso, abbastanza sgangherato e cigolante, si ritrova per un ultimo concerto alla corte di un loro vecchio fan, addirittura un magnate russo di San Pietroburgo. Per una serie di circostanze si ritroveranno però a dover (o voler?) rapinare quel ricchissimo aficionado volgendo al “giallo” di sfumatura noir la loro avventura musicale e colorata. Gli attori sono Christian De Sica, Diego Abatantuono, Massimo Ghini, Angela Finocchiaro, Rinat Khismatouline, Giulio Base, Paolo Rossi, Natasha Stefanenko, Tiberio Timperi. La sceneggiatura, oltre lo stesso Brizzi, è scritta da Marco Martani, Edoardo Falcone e Alessandro Bardani.

    Fausto: non è il tuo primo titolo, diciamo, musicale. Anzi. Siamo a quattro se non sbaglio, dopo Notte prima degli esami, Com’è bello far l’amore, Forever Young. Ieri Antonello Venditti, Raffaella Carrà (e Patty Pravo), Bob Dylan; oggi Ivano Fossati…

    E stavolta il titolo pseudo-musicale è più motivato del solito perché è la storia di un gruppo pop immaginario degli anni 80 e diciamo che qui la musica rappresenta una componente ancora forte perché ho creato perfino un’immaginaria discografia facendo scrivere al maestro Bruno Zambrini, che è  l’autore storico di Gianni Morandi (e di successi importanti di Patty Pravo, Mina e Domenico Modugno), delle hit immaginarie degli anni 80 che servissero a dire a dare realismo alla storia; poi ho pensato al look e a tutto il resto. E  tutto questo per realizzare una via di mezzo tra un film musicale e un action…

    Cominciamo dall’ ispirazione e dai primi passi fatti per questo film. Come hai assemblato tanti attori importanti – vogliamo chiamarli “mostri sacri” – della commedia italiana presi un po’ qua è un po’ là? Insomma hai rimesso insieme questa squadra realizzando una sorta di reunion nella reunion…

    Esattamente: è una reunion nella reunion. Quando abbiamo incominciato, con gli altri sceneggiatori, a scrivere questo film sull’onda delle varie riunificazioni che stavano avvenendo, dai Pooh ad Albano e Romina e non ancora i Ricchi e Poveri – che rappresentavano la nostra ispirazione principale – avvenuta proprio pochi giorni fa,  ho preso a chiamare gli attori che potessero in qualche modo dare quel senso di ricongiungimento. Per esempio De Sica, col quale avevo già lavorato molto e Massimo Ghini, che formano una bella coppia comica mai utilizzata; e tutti gli altri, naturalmente.  Girare questo film – quasi tutto all’estero – è stato come fare una vacanza collettiva… Ci siamo divertiti insieme.  E loro per primi, anche perché si trovavano a lavorare  in un film in cui dovevano solo far ridere e trovare le giuste geografie dei balletti, i colori e le tipologie dei costumi…

    Il tuo rapporto con la musica? Mi sembra molto forte e profondo.

    Ma guarda, Io ascolto musica dalla mattina alla sera. La modifico a seconda di quello che faccio. Io non riesco ad avere la casa silenziosa.  Appena mi sveglio la prima cosa che accendo è la musica e poi a seconda di quello che faccio la cambio. Per esempio se mi sto preparando al mattino metto musica italiana e la canto; se scrivo preferisco la musica classica perché mi distraggo se ascolto anche le parole; se vado in giro mi metto le cuffiette e (ride) faccio il regista della vita e metto una musica attinente al luogo nel quale mi trovo sia che stia su un taxim in un autobus o per la strada… Insomma cerco di mettere una musica che funzioni in base al mio status. Poi, per dirti, per dirti, adesso sono in fissa con Achille Lauro che è quanto di più lontano dalla mia generazione!

    Achille Lauro: che poi è stato accostato in modo spesso inadeguato a figure come David Bowie e Renato Zero…

    Beh poi bisogna dire che queste cose Renato Zero le faceva nel  ’75, cioè in un’epoca molto differente da questa… Insomma lui era davvero coraggioso allora… Detto questo me ne frego perché Achille Lauro mi diverte un sacco.

    Ci sono tra i tuoi preferiti una tua musica o un gruppo in particolare?

    Beh il mio gruppo dell’infanzia erano i Police ormai semi-dimenticati. Però se devo scegliere un italiano, il mio cantante del cuore è Edoardo Bennato. Per me il fatto di lanciare messaggi in maniera divertente la trovo sempre la mossa migliore: sia nella musica sia nel cinema.

    Che poi è lo stesso tipo di operazione che fai tu…

    In effetti è il lavoro che faccio io è quello di nascondere nelle risate delle cose che a volte sono dei temi più leggeri e a volte un po’ meno. Ad esempio l’ultimo mio film era un po’ un mélo sulle considerazioni della mezza età. Questo invece è più… come dire…  è più cazzeggio.

    La tua evoluzione da Notte prima degli esami a oggi: come autore, come testa, come tutto insomma.

    La cosa curiosa è che Notte prima degli esami rimane l’unico film che ho scritto non per me, cioè non pensando di farlo da regista nonostante fosse la mia storia. È un film nato su commissione perché la regìa non fosse comunque mia. È una cosa lunga da raccontare ma la riduco dicendo che la sceneggiatura è stata poi rifiutata da molti colleghi e mi è rimbalzata addosso, così mi sono trovato a dirigere un film che non avevo scritto pensando di farlo io. Da allora in poi, invece, ho scritto tutti i film pensando di girarli ed effettivamente cambia la prospettiva quando lavori così, perché in qualche modo perdi la democrazia della sceneggiatura: perché quando stai lavorando con altri sceneggiatori ma sei tu il regista è tutto diverso, nel senso che il tuo voto vale doppio ed è un peccato perché qualche volta mi piacerebbe tornare al disincanto con cui è stato scritto quel film in totale libertà, senza uno che giudicasse le scene – nella fattispecie il regista – prima ancora che venissero girate.

    … che poi stiamo parlando del lavoro più “vero” che fa uno sceneggiatore…

    Sì, quello che ci hanno insegnato a fare negli anni Sessanta  quando nei titoli dei film c’erano elencate sei o sette persone come autori della sceneggiatura. Ed erano tutti dei nomi-bomba!