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    Perché Abiy Ahmed Ali ha vinto il Nobel per la pace

     

    La motivazione dell’accademia “Per i suoi sforzi per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea”

    La settimana dei Nobel si chiude con la premiazione di Abiy Ahmed Ali, Primo ministro dell’Etiopia, un uomo di 43 anni a cui è stato riconosciuto il merito, in particolare, di aver posto fine alla decennale guerra contro l’Eritrea.

    Eletto Primo ministro dell’Etiopia nel 2018, Abiy Amhed Ali prende una serie di provvedimenti che invertono la rotta del paese. In linea generale, la popolazione Etiope è composta principalmente da alcuni gruppi etnici tra cui i quella Tigré, minoritario, e Oromo, maggioritario, di cui Ali fa parte. Dopo una serie di lotte e rivendicazioni in cui i gruppi etnici hanno cercato di imporsi sugli altri, il governo del nuovo premio Nobel ha garantito un livello di democrazia che ha migliorato la situazione del paese.

    Prigionieri politici sono stati scarcerati, la censura e diventata meno stringente, sono stati riabilitati i partiti politici di opposizione, introdotte, diremmo noi italiani, “quote rosa” all’interno dell’organizzazione governativa. Probabilmente ricorderete anche l’iniziativa ambientalista che vi abbiamo raccontato qualche mese fa, quando in Etiopia vennero piantati 350 milioni di alberi in 12 ore.  Diversi tentativi volti alla salvaguardia della pluralità etnica e alla democratizzazione del paese che hanno avuto effetti importanti.

    Oltre a queste iniziative, il premier etiope si è reso protagonista negli affari di politica internazionale africana seguendo sempre il suo indirizzo democratico, ma soprattutto è stato il primo ad intavolare le trattative di pace con l’Eritrea, in guerra contro l’Etiopia dal 1998. Uno enorme sforzo, che, come ricorda Amnesty International, è però ancora lontano dalla risoluzione. Un primo fondamentale passo verso la democrazia, verso una pacifica convivenza tra etnie differenti in una zona calda come il corno d’Africa.

    Quasi beffarda, la premiazione arriva il giorno dopo l’attacco turco ai curdi nel Nord della Siria: un attacco vergognoso e ingiustificato che conta già vittime tra la popolazione civile, avallato e poi criticato dagli USA mentre l’Europa, minacciata non da missili ma da vite umane (Erdogan minaccia di rilasciare i profughi che, alla modica cifra di 6 miliardi da noi pagati, trattiene proprio al confine con la Siria), nulla può se non innalzarsi al rango di giudice, consegnando premi per la pace durante pompose e vacue cerimonie.