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    Nicolas Bedos e Fanny Ardant raccontano La Belle Époque

    Fotografia: Alfredo Sconza
    Nell’incontro di oggi, Nicolas Bedos e Fanny Ardant ci hanno parlato di arte e rappresentazione, raccontando i retroscena della loro arte e del loro ultimo film: La Belle Époque.

     

    Un grande applauso ha accompagnato l’ingresso nella sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica della pluripremiata attrice Fanny Ardant e del regista francese Nicolas Bedos.

    Lo stesso grande applauso che, al termine della prima italiana del loro film La Belle Époque, si è prolungato più che meritatamente per qualche minuto, tra l’allegria e lo stupore della stampa presente.

    Ciò che si è notato sin da subito sono state la gioia del regista nel prendere parte a questa manifestazione ed il fascino mai sfiorente di un’eterna Ardant, la quale si è espressa in un buonissimo italiano.

    I due grandi nomi – tra passato e futuro – del cinema francese ci hanno parlato dei retroscena di questo nostalgico lungometraggio, drammatico e comico al contempo.

    Ispirazione, collaborazione, teatro, musica, Proust e Nouvelle Vague: tutto nelle parole di questo nuovo e grande sodalizio cinematografico.

    Se volete saperne di più su La Belle Époque, leggete la nostra recensione in questo articolo.

     

    Domande per Nicolas Bedos: 

     

    – Quanto si sente vicino al personaggio Antoine, lo sceneggiatore che porta i suoi clienti in un’altra epoca? Anche lei è ossessionato, come lui, dal passato? 

    Assolutamente sì. C’è una forte satira su me stesso nel personaggio di Antoine. Tuttavia le mie fonti di ispirazione per La Belle Époque sono state tante; ad esempio i registi francesi della Nouvelle Vague, i quali spesso si innamoravano delle loro attrici e confondevano la finzione con la realtà. Il rapporto con la mia compagna Doria Tillier (presente nel film, nda) mi è stato di grande ispirazione a tal proposito.

    – Il film sembra scritto da lei ma girato da Charlie Kaufman; lei rompe e spezza le scene, ma lo fa armoniosamente. Come fa? 

    Vero, il film è spezzettato ma coerente. Io scrivo musica ed anche questa mia passione mi aiuta dietro la cinepresa. Entrambi i film che ho girato, infatti, rispondono a questa caratteristica. Il mio intento era proprio questo: raccontare la bellezza di un’altra epoca, con tutte le emozioni contrastanti che il ricordo può generare.

    – Questo è un film molto “letterario”. Per caso in Francia mangiate pane e Proust? Il tema della nostalgia è chiaro; quanto l’ha influenzata lo scrittore francese?

    Come spesso mi ricorda mia madre, da prima ancora di avere l’età per poter leggere Marcel Proust la mia vita è stata sempre caratterizzata da una grande confusione. L’approccio proustiano è lampante nel mio film. Ma ciò che mi ha spinto più di tutto a girare La Belle Époque sono i tempi moderni. I film che faccio dicono una cosa: che la vita è una scatola di ricordi.

    – Lei è un musicista; come le musiche, in questo film, raccontano le atmosfere e le vibrazioni degli anni ’70?

    Le mie prime esperienze da cineasta sono in stretto contatto con la musica, proprio grazie ai film musicali. Ho tratto molta ispirazione nella mia carriera da chi crea una commistione tra musica e cinema, come Martin Scorsese. I miei lavori partono solitamente con musiche dolci, ma pian piano avanzano – insieme alla trama – verso suoni lirici e più “drammatici”. Il grande Billy Holiday è stato una scelta pertinente ne La Belle Époque; mi ha dato quel grado di emozione, quella melanconia che volevo attribuire al mio film.

    – Perdersi e ritrovarsi è un tema che le sta molto a cuore? 

    Sì, diciamo che io vivo nella costante paura di non essere amato. Per me è quasi un disturbo patologico, dovuto anche ai problemi nel rapporto tra i miei genitori. Mi è accaduto in passato di soffrire molto per le distanze tra loro. Sono anche questi dei temi ricorrenti in Marcel Proust: cosa cancelliamo e cosa preserviamo dei nostri ricordi. Mi servo degli strumenti della narrazione per fare questa “apologia della vita”.

    – Potrebbe definire La Belle Époque come “un film sul cinema”?

    Io nasco dal teatro. Teatro che, come il cinema, è uno strumento che permette di far sognare la gente. In realtà ho pensato al teatro sin dalla prima scena del film. Nei set della Time Traveller non volevo evidenziare la tecnologia ma, piuttosto, gli elementi teatrali come scenografia, costumi, fedeli interpretazioni ecc. Non è The Truman Show, anche perché il protagonista sa bene di essere in una messa in scena.

    Domande per Fanny Ardant:

     

    – Il suo personaggio è pieno di contrasti ma coerente, cosa ci dice a riguardo?

    La ricchezza di un personaggio è proprio la sua contraddizione. La durezza e la crudeltà che Marianne esprime nei confronti di Victor sono sempre accompagnate dalla costante ricerca dell’amore.

    – Come definirebbe il personaggio di Marianne? 

    Forza e coraggio! E’ crudele e calcolatrice solo perché non vuole perdere la giovinezza. Ma, alla fine, non è la sua una crudeltà gratuita. Le è necessaria per poter risvegliare l’amore della sua vita.

    – Nella sua lunghissima e gloriosa carriera c’è un’esperienza di set che vorrebbe rivivere?

    Sì, il mio primo film: La signora della porta accanto di François Truffaut (noto compagno dell’attrice, nda). Lì era tutto perfetto, come un allineamento di pianeti… un grande film ed un grande amore.

    – Chi è il regista Bedos?

    Nicolas Bedos è un grande appassionato di arte in generale; è un eccellente scrittore, anche di musica. Per un’attrice è fondamentale lavorare con chi sa dove andare, con chi ha chiaro il focus della propria opera.

    – Il film parla di nostalgia, anche lei coltiva questo sentimento? Qual è il suo rapporto col passato?

    Io credo di poter far parte dei “matti”. Le cose che ho vissuto le conservo in me in maniera maniacale. Anche se spesso non fa bene vivere nel passato, io lo faccio lo stesso, mantenendo comunque il contatto col presente. Passato e presente sono due gemelli che in me convivono in armonia.