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    Matta, ombra urbana a caccia di street art

     

    Mauro Matta, giramondo e fotografo, colleziona opere d’arte attraverso le immagini che lui stesso scatta. Zaino in spalla, abbonamento dei mezzi pubblici in tasca, straordinaria curiosità e conoscenza della città nella mente, appena può parte alla ricerca di murales ed istallazioni donate alle grandi metropoli tanto dagli street artist di fama internazionali quanto dagli esordienti, che segue, scova e cataloga.

    Non ha con sé alcuna attrezzatura fotografica, ma un comunissimo cellulare, questi smartphone di ultima generazione in grado di fare tutto. Sono la sua curiosità e la sensibilità del suo occhio a fare la differenza, a creare quel fermo immagine d’arte che carica sulla sua pagina social di giorno in giorno facendola diventare un archivio storico di ciò che c’è e c’è stato a Milano, Berlino e New York (molto andrà perso, per via di restyling che di tanto in tanto le amministrazioni decidono di compiere facendo tornare grigio un muro abbandonato in una landa periferica desolata).

    La sua ricerca, del tutto spontanea e senza alcun fine di lucro, lo ha portato negli ultimi anni a Roma, lungo i muri dei quartieri più discussi della capitale, come San Basilio, Pigneto, Trullo, Tor Marancia, spinto dal desiderio di imbattersi nella maestosità di opere che, con la loro bellezza, riqualificano aree urbane degradate, come quella ritrovata all’interno del parco dell’ex manicomio di Santa Maria della Pietà, dove si può ammirare l’affresco di Luis Gomez che ne ricopre l’intera facciata, o spingendosi verso il quartiere Ostiense e scoprire il ritratto gigante di Pier Paolo Pasolini, collocato all’interno dei vecchi giardini dove oggi risiede il teatro India, opera dell’artista Federicodraw.

    Insomma, soggetti, forme e colori che gli si improvvisano agli occhi svoltando l’angolo di strade abbandonate lontano dal centro, pezzi di una città piena di cemento e poca bellezza. Cammina per intere giornate Matta, molto spesso prosegue la ricerca in notturna, diventando tutt’uno con le ombre dei palazzi.

    Da qui il suo nome d’arte “Shadow the Urban”, ombra urbana. Fotografa e riporta con precisione, su un diario, il luogo del ritrovamento, il nome dell’opera e dell’artista, così da creare una mappa fotografica. Oggi Shadow The Urban ha un seguito sempre maggiore di follower e di estimatori, punto di riferimento per gli artisti che vogliono promuovere attraverso le sue fotografie le loro opere, sapendo che un loro graffio verrà immortalato e rimarrà a futura memoria qualora qualcuno decida di rimuoverlo. Gli abitanti delle periferie e delle borgate cominciano a chiamarli su commissione: pagano colori e pranzi per poter vivere in quei palazzoni dormitorio in mezzo all’arte e ai colori.

    di Lié Larousse