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    La resa del Sioux

    Fotografia: Giacomo Rossetti
    boxe roma

    A volte il lieto fine dovrebbe essere obbligatorio: lo è nelle commedie di Frank Capra, lo è (quasi sempre) nei cinecomics. Nella boxe è diverso. Altrimenti Emanuele Blandamura, il veterano giunto all’incontro che vale una carriera, avrebbe evitato il terribile destro a incrociare portato da Marcus Morrison, quanto mancavano solo 30 secondi alla nona e penultima ripresa. Ma l’arte di cui parliamo, per quanto nobile, è spietata.

    Stadio Nicola Pietrangeli, è una tiepida notte di luglio. Buio intorno al ring, sugli spalti le statue di marmo cingono gli spettatori, come a proteggerli. E’ una serata di quelle super, orchestrata da un cast d’eccezione: c’è Dazn a trasmettere, Opi 82 e Match Room a curare la parte tecnica e ArtMediaSport nelle vesti di advisor. Michael Buffer, colui che con una frase (‘Let’s get ready to rumble’) ha ottenuto la gloria imperitura e 400 milioni di dollari di diritti d’autore, annuncia gli sfidanti. Morrison, spavaldo nella sua maglietta luccicante, saltella imperterrito sul quadrato. E’ il momento di Emanuele, accolto da un boato. Uno sguardo tagliente al rivale, e via all’angolo.

    La vita del pugile è fatta di sacrifici e di dolore, ma si tratta di sciocchezze se si pensa a ciò che il ‘Sioux’ – questo il soprannome di Emanuele – ha dovuto sopportare sin da piccolo. Abbandonato a un anno dai genitori, è stato cresciuto dai nonni. Quando parla di suo nonno Felice, gli si illuminano gli occhi: quel signore scomparso nel 2014 gli ha fatto da padre, amico e fratello, sopportandolo e supportandolo anche nella sua difficile adolescenza, quando una rabbia sorda rendeva Emanuele un ragazzo introverso. Quando non sapeva chi potesse rispondere alle domande che lo affliggevano la notte. Ora di acqua ne è passata sotto i ponti in 21 anni di ring, il ragazzo si è fatto uomo, i suoi angoli si sono smussati. E’ a suo dire una persona felice, certo che vincere il titolo internazionale dei medi WBC lo realizzerebbe come atleta.

    Chi conosce il Blandamura pugile, sa che non possiede il colpo del ko: sono solo tre (su ventinove totali) le vittorie ottenute così in carriera. Le sue caratteristiche migliori sono altre: combinazioni pulite, precisione nei colpi, ottima resistenza e velocità, sia di gambe che di braccia. Un tecnico, insomma, un atleta che vince ai punti. Morrison ha dalla sua non solo una maggiore forza fisica, ma anche la spavalderia della gioventù. Ma lo spettacolo a cui si assiste è uno scontro apertissimo, con scambi frequenti e un romano quasi quarantenne tirato a lucido, con fiato da vendere e più aggressivo del solito. Passano le riprese e il punteggio parziale arride a Blandamura. Ma la brutta sorpresa è dietro l’angolo. Poi arriva il colpo: brutale nella sua efficacia, fa urlare il suo maestro Eugenio Agnuzzi. Lele si rialza, si appoggi all’arbitro e crolla. A cosa starà pensando in quegli istanti? A Veronica, la sua compagna? A nonno Felice? Non ci è dato saperlo, la cosa più importante, quella che sperano i 2000 presenti, è che si rialzi. Ma niente, la gente si assiepa a bordo ring mentre la sicurezza si affanna a respingerla: l’arancione della barella spuntata tra le sedici corde non fa presagire nulla di buono. Dopo qualche minuto che sembra una vita, Emanuele si alza e fa un segno eloquente, dopo aver ringraziato i tifosi commossi. La sua carriera finisce qui, ma il suo lascito è stato appena posto.

    Emanuele Blandamura è buddista: lo è diventato nel 2010, leggendo un libro che gli ha prestato un amico. I libri sono una delle sue più grandi passioni, lui che non ha preso il diploma ma passava le ore a leggere la vita dei grandi capi indiani d’America. Si è addirittura tatuato il grido di battaglia di Cavallo Pazzo (‘Hoka Hey!’) sulla schiena. Come uno di quei condottieri che mai si arresero alle giubbe blu, Emanuele ha affrontato un avversario più forte ma non è arretrato, non ha esitato mai. Il Sioux del ring ha capitolato come un guerriero indomabile, e verrà ricordato per questo.