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    La critica/Western Stars, seduzione elettrica del Boss

    Fotografia: bruce springsteen in "western stars" (Warner bros. Pictures, warner bros. italia entertainment, ©rob demartin)

    WESTERN STARS – Regia di Thom Zimny e Bruce Springsteen. Con Bruce Springsteen, Patti Scialfa e orchestra. Musicale. Stati Uniti. Durata 83’.

    Quando ti trovi davanti a Bruce Springsteen che ti racconta, ti suona, ti canta e ti si mostra in azione rappresentando il suo ultimo disco – si, proprio così lo chiama: al modo antico – allora, quand’è così, non sai se dare la precedenza al cinema o alla musica. Perché questa esperienza di Western Stars (nelle sale italiane dal 2 dicembre prossimo), titolo anche del nuovo album del Boss e del bellissimo brano che ne è il cuore – parola a una vecchia solitaria nostalgica star del cinema western, “Mi sveglio la mattina/Contento di indossare i miei stivali/Invece di sentire il vuoto nell’erba che sussurra (… ) Cavalcami tranquillamente/cavalcami tranquillamente, amica/Stanotte le stelle del West brilleranno di nuovo”, che dire di più – risponde ad una pratica di rappresentazione davvero unica. O almeno inusuale per questo genere di film neppure classificabile di un termine, appunto, di “genere”.

    Intanto nei modi di comunicazione, alla larga dai social tradizionali: Springsteen affida al cinema, cioè al più classico e romantico dei media, il suo ultimo riflesso sonoro che neppure prevede, al momento, il tradizionale tour di lancio. E lo fa affiancato dal fido Thom Zimny e un’orchestra di trenta elementi in un grande ottocentesco fienile di famiglia, teatro croccante e fascinoso a Colts Neck nel New Yersey, davanti a un pugno di amici.

    Parla, il Boss, spiegando l’opera nello scenario californiano illuminante e strepitoso del Joshua Three National Park, ora a bordo di un cigolante pickup, ora a piedi tra sentieri polverosi respirando l’aria dell’Ovest. Western Stars, racconta, è una riflessione sulle due anime d’America, una solitarie e una comunitaria, perennemente in conflitto fra loro. E finalmente la musica spiega il concetto, lui sul palco spalleggiato da Patti Scialfa, sua moglie da quasi trent’anni, due grandi chitarre acustiche e celesti che dialogano d’amore come s’usa tra veri rocker, pensando a Dio, al matrimonio, alla Terra e alla natura. Tutto questo lontano dai climi di concerto, piuttosto immerso in una confidenza e in un riserbo che profumano di intimità famigliare passeggiando sui tredici pezzi dell’album, ciascuno introdotto, meglio, accolto, da un’illustrazione di intenti e contenuti profondi quanto quelli disegnati – sia pure in un contesto diverso – nel mitico Nebraska del 1982 cui forse questo nuovo lavoro può essere paragonato.

    Ecco allora, canto, poesia  e parole che spesso sanno di rimpianto,  Hitch Hikin’ sull’eterno andare delle ruote americane (Pollice in su mentre procedo / Sto solo viaggiando lungo la strada / Le mappe non mi aiutano molto, amico / Seguo il tempo e il vento); The Wayfarer (Sono un viandante, piccola / Vado alla deriva da una città all’altra); Tucson Train (Aspetterò tutta la creazione di Dio / Solo per mostrarle che un uomo può cambiare / Adesso sta arrivando la mia piccola / Sul treno per Tucson); l’ode al sabato notte di Sleepy Joe’s Café (Sabato sera le luci brillano / Quando la gente arriva dalla città / Joe continua a suonare il blues / Al bar May serve le birre / Io attraverso la porta / E sento la settimana lavorativa scivolare via / Ci si butta nella mischia / E il lunedì mattina è lontano un milione di miglia); Drive Fast-The Stuntman (Guida veloce, cadi duramente, ti terrò nel mio cuore / Non preoccuparti per domani, non preoccuparti delle cicatrici / Guida velocemente, cadi duramente); Chasin’ Wild Horses (Perdi la cognizione del tempo / Sono solo le tempeste a soffiare / Ritorni nella mia mente / I tuoi capelli lampeggiano nel blu / Come i cavalli selvaggi); Sundown e il cuore spezzato da un amore perduto (Sono a 2.500 miglia / Da dove voglio essere / Mi sembrano cent’anni / Che non mi sei vicina / Immagino che ciò che fai, piccola / Prima o poi, ti tornerà indietro / Vorrei solo che tu fossi qui con me, a Sundown); Somewhere North Of Nashville (Resto sveglio nel mezzo della notte / Facendo l’elenco delle cose che non ho fatto bene / Con te in cima a una lunga pagina piena / Qui, da qualche parte a nord di Nashville); Stones (Mi sono svegliato stamattina con pietre in bocca / Hai detto che quelle sono solo le bugie che mi hai raccontato); There Goes My Miracle (Alba, tramonto / La strada è diventata dorata / In alto cieli ramati / Sto cercando il mio amore, cercando il mio amore / E così addio al mio miracolo); Hello Sunshine (Sai che ho sempre amato una città solitaria / Quelle strade vuote, nessuno in giro / Ti innamori della solitudine e finisci con l’essere solo / Ciao raggio di sole, non vuoi rimanere?); Moonlight Motel (C’è un posto su un tratto di strada dove / Nessuno viaggia e nessuno va / E l’impiegato dice che uno di questi giorni qui intorno / Due giovani probabilmente potrebbero scomparire / Tra il fruscio delle lenzuola / Una sonnolenta stanza d’angolo nell’odore di muffa / Di fiori appassiti e ore di pomeriggio pigro / Al Moonlight Motel).

    Strofe prese qua là, testi al centro di Bruce Springsteen e di quel suo speciale, personalissimo rock+country con venature ora epiche, ora melodiche in una verità emotiva riplasmata sulle geniali direttrici di sempre. E il film rotola come i tubleweed nel vento del West, trasportato dal suono sui tre piani narrativi che ne compongono la struttura tra vecchie foto domestiche, home movies d’infanzia e giovinezza, il Boss che racconta le sue canzoni di oggi e il concerto nel fienile della memoria e della seduzione elettrica. C’è del nuovo nella faccenda. E d’antico. Manovrato da Zimny che su Springsteen ha costruito decine di video musicali e che, oggi, accanto a lui, illustra un insieme di sintonie interiori così affini ad un itinerario (auto)biografico  che quei cavalli del West, nelle immagini di apertura e chiusura, interpretano in una fitta simbologia evocativa di libertà e desideri remoti. Anche questo è rock, amici. Con aromi di Tequila e tepore di sentimenti.