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    La critica Maxim/Waves, onde di un cinema psichedelico

    Fotografia: inquadrature da "waves" di Trey Edward Shults (universal pictures)

    WAVES – Regia di Trey Edward Shults, con Kelvin Harrison Jr., Taylor Russell, Sterling K. Brown, Renée Elise Goldsberry, Lucas Hedges, Alexa Demie. Drammatico. Stati Uniti. Durata 135’.

    Ci piace un casino come gira Trey Edward Shults, il quale è texano e fa un film americano che pare australiano. Infilandosi tra le pieghe di una famiglia d’afroamericani della Florida ne racconta a folate di immagini un pezzo di vita che incomincia in un modo e finisce in un altro nel transitare dalla normalità alla rivoluzione tragica ma capace di stabilire rinnovati equilibri d’esistenza.

    La storia, pure nel fluire unitario degli eventi, si divide in due zone, ciascuna dedicata ad uno dei due figli del pastore protestante Ronald (Sterling K. Brown) e della loro matrigna Catharine (Renée Elise Goldsberry). Della prima è protagonista Tyler (Kelvin Harrison Jr.), che il padre spinge alla più accesa competitività attraverso il wrestling, pratica che il ragazzo svolge con energico profitto e passione pari all’amore che prova per la fidanzatina Alexis (Alexa Demie); un guasto fisico però lo blocca nell’attività agonistica scatenandogli frustrazioni (legate pure alla dipendenza dal genitore) del tutto degenerative a livello caratteriale e comportamentale, aprendo la via ad un brutto epilogo della vicenda e coinvolgendo pure la povera Alexis che nel frattempo è rimasta incinta. La seconda porzione è tutta di Emily (Taylor Russell) sorella di Tyler. Prima nell’ombra, ora teneramente illuminata da una parte che la guida alla sua prima esperienza sentimentale con lo studente Luke (Lucas Hedges), quasi a compensare un crash che potrebbe aver distrutto la famiglia.

    Tanto è muscolare e a momenti perfino violenta la prima sezione del film, tanto è poetica, delicata e carica di sentimento la seconda. Entrambe raccolte tuttavia entro una comune sintassi di rappresentazione che sorprende e a momenti manda sottosopra vecchie logiche di racconto, arroccandolo su terre nuove. Visioni e vigore con attimi di illuminazione espressiva governati, quasi senza soluzione di continuità, dalla musica e dalle capriole della macchina da presa (fotografia di Drew Daniels, già operatore di Shults nel suo folgorante esordio con Khrisha e nell’horror It Comes At Night) oscillante tra la guida in spalla e veloci rotazioni circolari ad accompagnare tra piaghe, deflagrazioni e grida velenose un’estetica espansa da cinema psichedelico.

    Eccolo, allora, il diverso progetto creativo. Dove l’uso del colore e delle luci caricano di significato la scena con la stessa intensità e funzione narrativa del lungo piano sequenza qua ribaltato in una dinamica formale traboccante cromatismi ed emozioni. Sempre alla ricerca delle palpitazioni più interiori e profonde dei personaggi. Vero cinema rock, anche se la tracklist sterminata e selvaggia s’incammina su generi diversi, melodico, rap e trap, con l’azione a reinterpretarsi  in una nuova proporzione ritmica, fuori da rigide gerarchie narrative nel suo liquido tessuto sensitivo. Un invito a lasciarsi andare tra le onde che, non solo sul livello visivo delle inquadrature acquatiche, fanno palpitare l’opera del texano: dentro c’è l’anima di una new wave.