fbpx

    La critica/La Brooklyn di Norton e il Chatwin di Herzog

    Fotografia: Edward norton e Gugu Mbatha-Raw, bruce willis, e willem Dafoe in “motherless Brooklyn” (©warner bros. Glen Wilson); werner Herzog in “nomad: in the footsteps of bruce chatwin (wanted cinema, Feltrinelli real cinema, festa del cinema di roma)

    MOTHERLESS BROOKLYN – I SEGRETI DI UNA CITTÀ – Regia di Edward Norton, con  Edward Norton, Gugu Mbatha-Raw, Alec Baldwin, Willem Dafoe, Bruce Willis, Ethan Suplee. USA. Drammatico, noir. Durata 144’.

    Difficile chiedere di più ad un cinema che vuole autocelebrarsi e dare spettacolo offrendo, allo stesso tempo, il miglior costrutto della recitazione. In Motherless Brooklyn, Brooklyn senza madre, Edward Norton – per la seconda volta dietro alla macchina da presa dopo l’esordio con Tentazioni d’amore (2000) – si rifà al romanzo di Jonathan Lethem che risale alla fine dei Novanta e fu pubblicato per la prima volta in Italia come Testadipazzo, poi rieditato col suo titolo originario. Un trasbordo non proprio semplice, considerando gli incastri e gli intrecci di una vicenda radicata nella New York anni Cinquanta, tutta trasformazioni, speculazioni edilizie e raffiche di malavita organizzata: dove Lionel Essrog (Norton medesimo), investigatore dominato dagli incontenibili tic della sindrome chiamata Tourette, prova a capire perché abbiano ammazzato il suo migliore amico e guida d’esistenza Frank Minna (Bruce Willis), pure lui detective a capo dell’agenzia dove Lionel lavora.

    Nella ricerca, naturalmente, si scoperchiano i tratti d’una storiaccia: movente un documento misterioso e pernicioso per lo strapotente-prepotente boss dell’edilizia Moses Randolph (Alec Baldwin) del quale il morto era venuto in possesso e che, appunto, gli è costata la vita. Così tra un tic e l’altro, un’intuizione geniale, il legame affettivo con l’amico defunto, il sentimento improvviso per la giovane attivista (e, vedremo, non solo) Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw) e l’incontro con l’ondivago Paul Randolph (Willem Dafoe) la faccenda rotola verso il suo stesso disvelarsi con inseguimenti, pallottole sibilanti e qualche mazzata che ogni tanto Lionel si becca per ficcare il naso dove non dovrebbe.

    Risultato, un’opera formalmente sontuosa: con un putiferio di auto d’epoca, una città caparbiamente quanto scrupolosamente riportata indietro di una settantina d’anni nella ricostruzione bene ordita per servire la densità del racconto, il jazz-ovunque, i dialoghi non di rado piegati alla bisogna della cadenze narrative, una fotografia (dello stazzonato, virtuosistico ma non accademico Dick Pope) sempre allineata con le urgenze del noir classico e smaltato, un insieme di personaggi governati con grande equilibrio nel segno di importanti prove attoriali. Tra le quali, è logico, fa spicco quella del Norton bravo a costruirsi attorno tutto il film senza prevaricare o strafare, piuttosto amministrando il proprio personaggio – scarmigliato ma furbacchione – coi suoi ghiribizzi e le sue contrazioni nervose qua e là scaricate sulla vena comica. Un pensiero all’Oscar andrebbe fatto, al di là del coro per Joaquin Phoenix di Joker.

    Un paio di frasi da ricordare, dette dal protagonista: “Con me è come vivere con un anarchico” e “Mai mentire ad una donna più in gamba di te”. La scena più bella: l’intuizione improvvisa della verità da parte di Lionel a bordo di un taxi: primo piano su di lui, lo sfondo bloccato sul fermo immagine, specchio del mondo attorno, visto dalla prospettiva del lunotto posteriore, che interrompe il suo moto, sospeso sul momento rivelatore. Pochi secondi. Perché a volte bastano quelli a fare dell’ottimo cinema, anche quando due ore e venti di proiezione possono sembrare abbondanti e quando a tratti la forma incalza per prendere il sopravvento sui contenuti.

    NOMAD: IN THE FOOTSTEPS OF BRUCE CHATWIN – Regia di Werner Herzog. Regno Unito. Documentario. Durata 85’.

    Werner Herzog è tornato. Sulle orme dell’amico Bruce Chatwin, che morendo di Aids gli ha lasciato in eredità il suo zaino narrante e stazzonato, compagno di viaggi più fedele dal cane Charley di John Steinbeck e simbolico come solo un vecchio zaino di cuojo può essere. Sicchè eccolo, Herzog, tornato quello d’un tempo che temevamo di aver smarrito nello scorrere degli anni: eccolo dialogare con i paesaggi e la sua natura pensante, ipnotica e allucinatoria come quella di Fata Morgana che ci travolse negli anni Settanta; eccolo muovere in un itinerario della memoria seguendo le tracce di Chatwin con la stessa passione e lo stesso sentimento che lo spinsero a intraprendere, alla fine del 1974, quel mitico pellegrinaggio da Monaco di Baviera a Parigi per vedere Lotte Eisner moribonda, “nell’assoluta fiducia che lei sarebbe rimasta in vita, se io fossi arrivato a piedi”. E così fu, tutto narrato in quel magnifico diario intitolato Sentieri nel ghiaccio (Guanda) diventato, anche quello, un manifesto dell’anima, inserito come pochi nei contesti itineranti della cultura tedesca moderna.

    Nomad: In The Footsteps Of Bruce Chatwin è un film carico di emozioni interiori di pura matrice herzoghiana, dominato dalla presenza-assenza di quello scrittore cui il regista riferisce tutto il suo racconto carico di inarrestabile fascinazione, decorato da un montaggio che alterna, nelle cadenze vitali, interviste (c’è anche la moglie di Chatwin) e inserti dalla filmografia di Herzog medesimo da Segni di vita a Dove sognano le formiche verdi, scene, lampi, suggestioni e volti incluso il Klaus Kinski più furibondo e allucinato di Cobra verde.

    Di sfondo la riflessione tragica sulla fine delle culture tribali, la Patagonia, il Galles, il deserto australiano attraverso uno sguardo elettrico, nostalgico e mitico pescando nei misteri e nei canti della terra nell’apoteosi della filosofia nomàdica. Quella stessa che nella vita di ieri e nella memoria dell’oggi viene rappresentata come tratto comune tra scrittore e cineasta. Entrambi incapaci di fermarsi in un’avanguardia dell’esistenza intesa come choc terapeutico.