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    Kobe Bryant, le stelle non muoiono mai

    Fotografia: ansa foto
    Ci lascia uno dei giocatori di basket più forti di tutti i tempi, tra gli sportivi più famosi e amati degli ultimi vent’anni. A causa di un incidente in elicottero sulle colline di Los Angeles è morta anche la figlia Gianna di 13 anni, promessa del basket, e altre 7 persone. Ripercorriamo i momenti più belli della carriera di Kobe Bryant

    Kobe Bryant, 41 anni, star del basket e sua figlia Gianna 13 anni, promettente cestista, hanno perso la vita in un incidente in elicottero. Insieme a loro altre 7 persone. Sono in corso le indagine per accertare i motivi dello schianto: la scarsa visibilità e la nebbia potrebbero essere state le ragioni per cui il velivolo è precipitato mentre viaggiava a circa 300 km/h.

    La fama precede il suo nome. Cinque titoli NBA con i Los Angeles Lakers, il quarto giocatore con più punti segnati nella storia della NBA, superato solo sabato scorso da LeBron James. La sua carriera è stata segnata da tantissime vittorie alternate a momenti assai complicati.

     

    Jamal Crawford: “Un giorno sono entrato in palestra e Kobe stava tirando dal gomito dell’area. Gli ho chiesto “da quanto sei qui?” e lui mi ha risposto “da venti minuti”. Anche a me andava di fare un po’ di tiro e gli ho chiesto se gli andasse di fare una gara. “Non posso” mi rispose “ho appena iniziato con questo tiro”. Gli chiesi se da venti minuti stesse tirando dallo stesso gomito dell’area e mi rispose di sì. “Torna fra 40 minuti, per allora dovrei avere finito”. Me ne andai, ma non volevo credere che una persona potesse tirare per un’ora intera dalla stessa, noiosissima posizione, così tornai 35 minuti dopo e lui era ancora lì. Da 55 minuti tirava dalla stessa identica inutile posizione senza neppure muovere i piedi”.

    Shaquille O’Neal: “Entrai in palestra e me lo trovai lì. La cosa non mi sorprese particolarmente, anzi, in realtà capitava tutti i giorni. Ma quel giorno c’era qualcosa di strano: non c’era neppure un pallone in tutto il palazzetto, eppure lui era sudato fradicio. Stava provando, completamente da solo, dei movimenti senza palla, robe tipo tagli, blocchi, allontanamenti. Gli chiesi se fosse impazzito. Mi rispose che non capiva come mai nessun altro lo facesse”.

    Ron Artest: “Sapevo della sua ossessione per il lavoro da solo, e mi convinsi che anche solo per un giorno, sarei dovuto arrivare in palestra prima di lui. Il primo giorno giunsi al palazzetto due ore prima dell’allenamento, e me lo trovai lì. Allora mi presentai tre ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Il giorno dopo, per ripicca, arrivai 4 ore prima dell’allenamento, e lui era lì. Mi parve incredibile e gli chiesi “ma non hai due bambine da portare a scuola?” “certo, mi disse, le ho portate alle otto” “non è possibile, sono arrivato alle sette e mezzo e ti ho visto qui”. “Tu mi hai chiesto se ho portato le mie figlie a scuola, non a che ora sono arrivato”.

    Marcelo Huertas: “Giocavamo contro Utah, in una serie di partite lontano da casa. Non fui abbastanza rapido a leggere una situazione di pick and roll e la palla mi scappò dalle mani perchè non ero pronto. Chiesi scusa a Kobe che mi aveva fatto il passaggio e lui mi disse di non preoccuparmi e di stare concentrato. La sera, in albergo, stavo per prendere sonno quando sentii bussare alla porta della camera. Entrò Kobe con un iPad su cui aveva messo la registrazione della partita e mi fece rivedere quel pick and roll sbagliato per dieci volte di seguito”

    Ciao Kobe…