fbpx

    Isolato il Coronavirus: pochi fondi per tanto cervello

    Fotografia: ANSA Foto
    Al Lazzaro Spallanzani di Roma, un gruppo di ricercatrici ha isolato il famigerato Coronavirus che sta preoccupando il mondo intero. Il tutto nel solito paradosso nostrano che – dati dell’Eurostat alla mano – vede l’Italia come ultimo Paese dell’Ue negli investimenti per istruzione e ricerca. 

     

    Come da consuetudine nel nostro bellissimo e malato Paese, ogni buona notizia nasconde dietro di sé una vaga, imponente e persistente presenza di luci e ombre.

    Le luci – anche questa volta – arrivano dal “basso”; arrivano da chi, con dedizione, cuore e tanto cervello, riesce a travalicare gli ostacoli posti dalla cattiva amministrazione di una nazione che, storicamente, ha cambiato più volte le sorti del mondo.

    Queste luci, oggi, le rintracciamo nel gruppo di ricercatrici del Laboratorio di Virologia dell’ospedale Spallanzani di Roma, istituito nazionale per le malattie infettive.

    Il Coronavirus è stato isolato in meno di 48 ore.

    Sebbene non sia un vero e proprio primato mondiale (come molte testate erroneamente riportano), è sicuramente un grande risultato per il nostro Paese.

     

    La solitudine dei giovani primi

    Una delle studiose, la più giovane, del team che ha isolato il genoma del 2019-nCov (Coronavirus) è Francesca Colavita, 31 anni, originaria di Campobasso.

    Sempre in quell’ottica paradossale che determina la quotidianità della penisola italiana, la giovane ricercatrice in questione era, fino ad ora, sotto contratto determinato presso lo Spallanzani.

    Un contratto a termine, insomma, per una ricercatrice precaria; a soli 1500 euro al mese.

    Nonostante i titoli, la professionalità e le abilità nel proprio campo (dimostrate, ora, anche a livello internazionale), questo particolare caso dimostra come l’Italia non sia interessata affatto ad incentivare la ricerca, lo studio e il miglioramento generale della propria istruzione.

    In un’intervista rilasciata soltanto ieri ai colleghi di Repubblica, la Colavita ha detto:

    Sono sei anni che lavoro per lo Spallanzani, prima con un co.co.co, ora con un contratto annuale. Guadagno sui 20 mila euro all’anno.

    Ora, come da prassi in una nazione che interviene sempre in ritardo, sembra essersi smosso qualcosa ai vertici. Ma solo (e per fortuna, almeno) per Francesca Colavita.

    Alessio DʼAmato, assessore alla Sanità del Lazio, ha assicurato che la giovane ricercatrice verrà stabilizzata.

    Un ragazzo indossa la mascherina alla stazione Termini. Emblema dell’allarmismo che ha colpito in questi giorni la capitale italiana.

     

    Dati di fatto: l’Italia è indietro 

    Non sono solo parole e teorie quelle che vedono l’Italia come uno dei Paesi meno intenti nell’incentivare lo studio e la ricerca all’interno dei propri confini.

    Stando ai dati, riferiti al 2017, dell’Ufficio statistico dell’Unione europea (Eurostat), l’Italia ha investito nell’istruzione pubblica il 7,9% della sua spesa pubblica totale.

    Una somma che la posiziona come ultima nella graduatoria tra gli Stati membri dell’Unione europea (sotto la Grecia e la Romania).

    Nell’ormai lontano 2009, la spesa ammontava invece al 9%: l’1,1 per cento in più rispetto al 2017.

    Le percentuali di Germania, Regno Unito e Francia erano state rispettivamente del 9,3%, del 11,3% e del 9,6%.

    Per ciò che concerne, invece, il rapporto con il Pil, i Paesi dell’Ue hanno investito in media una cifra pari al 4,6% del Pil; vale a dire lo 0,6% in meno rispetto al 5,2% investito nel 2009.

    Anche in questo rapporto, l’Italia ricopre una delle ultime posizioni: con un ammontare pari al 3,8% della ricchezza nazionale, è quintultima in Europa (dopo Romania, Irlanda, Bulgaria e Slovacchia)

    Andando più nello specifico – considerando solamente la spesa per l’educazione terziaria – nel 2017 l’Italia ha investito appena 5,5 miliardi di euro: lo 0,3% del Pil; contro una media europea dello 0,7%.

    Da sinistra verso destra: le tre ricercatrici, Concetta Castilletti, Maria Rosaria Capobianchi e Francesca Colavita.

    Tutto nella norma, insomma, in una grande nazione che non vuole in alcun modo rialzarsi da quella decadenza cucita addosso come una lettera scarlatta, di cui, però, nessuno sembra notare la presenza.

    Nessuno, tranne quei giovani numeri primi che ci salvano ancora dal totale e irreversibile oblio.

    Ma in fondo, anche in questo caso: “Perle ai porci“… come ha già detto e scritto qualcuno, tanto tempo fa, parlando di noi.