Greenpeace: mari italiani invasi dalla plastica

    Fotografia: Mari e spiagge sempre più invasi dalle plastiche (ANSA)

    Vela, yacht, motori potenti, il Salone Nautico non è solo questo ma anche tutela del mare. Al Teatro Nautico, Greenpeace ha presentato i risultati di Plastic Radar, iniziativa lanciata lo scorso giugno per segnalare, attraverso un messaggio su whatsapp, la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie dei mari italiani.

    I risultati della prima crowd-sourced investigation, hanno fornito una mappatura dei mari che circondano lo stivale. La presenza più alta di materiali plastici è stata rilevata nel mare Adriatico, seguito da Ionio e Tirreno. Al primo posto delle segnalazioni le bottiglie per acqua minerale e bevande (25%), seguite da contenitori per alimenti e frammenti.

    Questi frammenti plastici dal mare entrano nella catena alimentare, arrivando all’uomo, perché alcuni animali dei quali ci nutriamo li scambiano per cibo. Nove uccelli su dieci, una tartaruga su tre, il 50% dei delfini e delle balene e il 30% del pesce che consumiamo abitualmente mangiano plastica.

    Siamo di fronte a un’emergenza non solo italiana ma planetaria– ha commentato Giuseppe Ungherese di Greenpeace – I mari sono invasi da plastica, ne abbiamo trovata in aree remote come Artide, Antartide e Fossa delle Marianne. Basta questo a far capire la portata del problema”. “La produzione attuale di plastica – spiega il rappresentante di Greenpeace – si duplicherà nel 2025 e quadruplicherà nel 2050. Ogni anno, 12,7 tonnellate finiscono nei mari.” “Uno dei problemi maggiori – conclude – è che le aziende non danno scelta alla gente. Al supermercato provate a cercare imballaggi ecologici, troverete solo plastica”.

    Oltre al problema della scelta, ci sono anche quelli della cultura del riutilizzo di questi materiali e del riciclo che spesso non avviene. Ad oggi, di tutta la plastica prodotta dagli anni 50, solo il 9% è stato riciclato e gli stessi Paesi del nord Europa, spesso indicati come virtuosi, non riescono a farlo in quantità significative.

    Da aggiungere che, in alcuni casi, prodotti inizialmente realizzati in materiali riciclabili o comunque con un impatto quasi nullo in mare, come le reti tubolari con le tradizionali strutture in canapa utilizzate per l’allevamento dei mitili, sono state sostituite da altre in materiale non biodegradabile.

    La soluzione? Favorire e incentivare una drastica riduzione della quantità di plastica monouso immessa sul mercato ricorrendo, ove necessario, ad alternative riutilizzabili. Detto così sembra facile…

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