Marra, “la mia serenata, da Monteverde a Venezia”

     

    Intervista all’attrice Giglia Marra, protagonista del videoclip Noi Casomai del compagno cantautore (e regista) Federico Zampaglione dei Tiromancino.

    Mai dedica fu più romantica. Noi Casomai, il nuovo singolo di Federico Zampaglione che anticipa l’uscita dell’album dei Tiromancino Fino a qui (Sony Music Italia) prevista per il 28 settembre, rappresenta il gesto d’amore del cantautore romano per la sua fidanzata, l’attrice Giglia Marra, con la quale è legato da oltre due anni. Una serenata “ad personam” che l’attrice, anche interprete principale del videoclip, ha deciso di “donare” al pubblico. “È una canzone d’amore scritta ufficialmente per me ma che devo consegnare con felicità ai fan dei Tiromancino”, racconta Marra che, nel video, recita accanto a Francesco Montanari, il mai dimenticato Libanese della serie-cult Romanzo criminale. “Federico ed io la affidiamo a tutte le persone che, attraverso l’amore, possano trovare energia e speranza dopo un momento buio. L’amore e l’umanità sono la chiave di tutto e, Noi Casomai, ne celebra la forza e la centralità nell’esistenza”. Amore come riscatto da un periodo della vita in cui qualcosa si è interrotto o che si è perso. “L’amore è la bussola ritrovata – prosegue l’attrice, volto noto del salotto di “Cinematografo” di Gigi Marzullo il sabato notte su Rai Uno – è quel cammino che ha ripreso il suo corso attraverso un’altra strada. I regali si tengono stretti, è vero, ma il mio cuore continuerà a piangere di emozione per questa dedica, sarà comunque sempre “mia”.  Ma sono felice che tantissime altre persone si possano sentire addosso questo brano”. E le persone che lo hanno acquistato dalle piattaforme digitali sono già decine di migliaia, con il singolo già nella hit dei download.

    In attesa degli altri pezzi inediti e duetti cult (da Due destini cantata con Alessandra Amoroso ad altri successi dei Tiromancino riarrangiati con Calcutta, Tommaso Paradiso, Giuliano Sangiorgi, Elisa, Luca Carboni e molti altri), Giglia Marra interpreta quello che può essere considerato un vero e proprio minifilm, un cortometraggio: Noi Casomai non è un classico videoclip ma un film di breve durata ambientato in un carcere – come metafora di una vita in gabbia – rigoroso e stilisticamente riuscito da essere stato presentato, nei giorni scorsi, alla Mostra del Cinema di Venezia nelle Giornate degli Autori.

    Giglia Marra, essere diretta dal suo compagno Federico Zampaglione, è stato più comodo del previsto?
    “Direi di no. Federico è un regista molto esigente. Sa quello che vuole e cerca nel linguaggio cinematografico un’ulteriore chiave di lettura. L’attore è uno strumento come i tasti di un pianoforte che, insieme, generano una melodia. Era tutto molto professionale, non mi sono mai sentita la donna del regista”.

    Un lavoro riuscito tanto da essere presentato a Venezia, tra un film e l’altro, alle Giornate degli Autori, ovvero una delle vetrine più prestigiose a livello internazionale dove, di solito, non passano videoclip.

    “Ma infatti noi non abbiamo fatto il videoclip della canzone, ma un breve film che si adattava al brano. Se avete modo di vederlo con la presa diretta, senza musica, capirete il lavoro fatto. Ne siamo tutti molto fieri, e Venezia è stata un’esperienza indescrivibile per una come me alle prime esperienze professionali”.

    Cosa si prova ad essere la musa di un cantautore ed artista?
    “È commovente, ogni volta che ascolto il pezzo piango. Mi emozionerebbe comunque per via del testo toccante e poetico. Ma il fatto che Noi Casomai sia stata pensata e dedicata a me da Federico mi fa scendere la lacrima, sempre. Anche al duecentesimo ascolto”.

    La canzone l’hai vista nascere a casa o l’ha ricevuta in regalo finita?
    “Ne ho seguito le gesta e gli sviluppi. Dalle prime note sul pianoforte nel salotto alle stesure finali in studio di registrazione. Sono complice di Federico in ogni momento e mi presto volentieri ad essere la sua prima lettrice e ascoltatrice. Ne sono onorata”.

    Come funziona: la chiama e le dedica all’impronta un pezzo, una poesia, un racconto?

    “Ad un certo punto scatta il “momento genio”: si vede che si isola e va alla chitarra o al pianoforte. In realtà è quasi sempre lì, quando non sta con me la musica è il suo grandissimo amore, studio, passatempo e ricerca. Si mette a scrivere o a comporre, e vuole che io stia lì. Anche a far niente, oppure mi coinvolge sin da subito, ed io partecipo ben volentieri. Noi Casomai l’ho vista nascere giorno dopo giorno, e da Monteverde è finita a Venezia…”.

    Ha fatto tanti ruoli per la tv, lo spot in America per un’acqua minerale, la moda, il teatro – pronta a debuttare nella stagione che verrà – e poi numerosi cortometraggi. Non manca la ciliegina sulla torta?
    “Sì un tassello nel cinema manca e penso di avere fatto formazione ed esperienze necessarie per poterlo affrontare (Giglia Marra è laureata in Arti e Scienze dello Spettacolo alla Sapienza, ndr). A volte si fanno scelte anche difficili, diverse, per mettersi alla prova e migliorarsi. Ma stavolta almeno uno dei due copioni che ho per le mani credo e spero possa essere quello giusto”.

    L’ambiente tendeva a parlar male delle fiction italiane, ma ora che si chiamano serie tv sono tornate di moda?
    “Fare una fiction insegna un metodo di lavoro che poi ti ritrovi. Una serialità appunto che ti fa dare il massimo e portare allo stesso tempo a casa il prodotto nei tempi e nei modi stabiliti. Nei film per la tv non si possono “sprecare” tanti ciak. Al cinema è diverso: un regista può anche fare una scena in un giorno. Aver fatto Distretto di polizia, Squadra antimafia, Ris e Vivere è stata una grande gavetta. Direi necessaria”.

    A proposito della sua scrupolosità sul set, Zampaglione ha rivelato che era lei stessa a raccordare la lacrima tra una scena e l’altra durante i vari ciak di Noi Casomai.
    Sorride. “È un aspetto tecnico e formale che fa parte del nostro mestiere. Non so gli altri attori, ma se studi Strasberg o Stanislavski quel lavoro che fai su te stessa lo ritrovi nel personaggio: se devo fare un controcampo e ho una lacrima sulla guancia sinistra alla scena successiva la prima a ricordarlo sono io, non aspetto che me lo dica la segretaria di edizione. Perché serve innanzitutto a me, al mio personaggio”.

    Con chi le piacerebbe lavorare?
    “Potrei dirle Garrone e Sorrentino, ma non è così. Nel senso che in questo momento vorrei poter lavorare con alcuni degli ottimi talenti del cinema italiano che non sono magari noti al grande pubblico, ma che hanno fatto film deliziosi passati per i festival e che, purtroppo, sono durati in sala solo una manciata di giorni. In un weekend con 10 nuove uscite il pesce grande mangia quello piccolo, il pubblico sceglie quello più pubblicizzato e tanti ottimi film diventano dei casi, delle opere invisibili”.

    Mi faccia dei nomi.
    “Claudio Giovannesi, Simone Spada, Fabio e Damiano D’Innocenzo, Dario Albertini, Cosimo Messeri, Edoardo De Angelis autore del meraviglioso Indivisibili, Alice Rohrwacher, Luca Scivoletto, Iacopo Zanon e almeno una dozzina di altri. Il cinema italiano è in grande fermento”.

    E la musica italiana lo è?
    Guarda il compagno Zampaglione che, nell’altro lato del salone, prova degli accordi e scrive chino sul pianoforte. “Direi di no. Almeno da come la sto vivendo, attraverso Federico, il mondo della musica da questi due anni e mezzo che stiamo insieme. La musica italiana è sempre più a caccia di talent anziché di talenti. E i discografici vogliono tormentoni e non ballate sentimentali o pezzi “difficili” e d’autore. Questa è la sfida della musica italiana: capire se l’eredità dei padri cantautori, da Dalla a Tenco, da Pino Daniele a De André, può essere messa da parte come qualcosa appartenente al passato. Quando invece è qualcosa di unico e quasi sacro, un po’ come la scuola neorealista è stata per il cinema degli anni a venire. Ma i nuovi discografici stanno mettendo, sempre a mio parere, la questione su un piano sbagliato: la musica non si misura da un contatore, dalle visualizzazioni e dai click su YouTube. La musica si porta dentro, si deve far sedimentare un po’, deve entrare lentamente”. E dal pianoforte una voce fuori campo: “Dobbiamo rischiare, sperimentare, cercare parole e suoni che possano suscitare emozioni non tormentoni”, e poi riprende a suonare senza aggiungere altro perché non è mica la sua di intervista.

     

    di Pier Paolo Mocci

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