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    Franco Zeffirelli, quel Maestro senza replicanti

     
    Morto Franco Zeffirelli

    The Show Must Go On. Che non è (solo) un brano struggentissimo dei Queen ma anche – e in questo caso soprattutto – il modo classico di auspicare che lo spettacolo e tutti i mondi che lo circondano vadano comunque avanti. Come e con chi, dopo l’addio di Franco Zeffirelli e poco prima del suo quello di Bernardo Bertolucci, non è dato di sapere. Perché la morte di colui che tutti, a ragione, chiamavamo Maestro apre un interrogativo che non ha risposta sulle prospettive di personalità dell’arte italiana capaci di conquistarsi una fama internazionale di identico spessore.

    Probabile che sia un fatto generazionale. E anche po’ storico. Il teatro, il cinema e la lirica che hanno fatto la grandezza di Zeffirelli, a livello culturale prima ancora che di mera rappresentazione scenica, presuppongono nel loro esercizio gradi di conoscenza diversi da quelli necessari  a dimenarsi oggi sui social media o alla televisione, dove neppure è  necessario saper distinguere tra sceneggiatura e scenografia. Già perché pure questo ci è toccato di ascoltare nelle commemorazioni (in)colte di queste giornate durante qualche blasonato tg. Un paio di titoli buttati là, posto d’onore (per fortuna) in scaletta, la riunificazione cinematografica, citata coi toni del gossip,  fra Liz Taylor e Richard Burton nella Bisbetica domata, qualche celebre regìa lirica. Per il Paese dell’ignoranza, dell’ingiuria e delle fake news, dove sotto i 25 parecchi avranno detto “Zeffirelli chi?”, oppure “quanti follower aveva?” è pure troppo, si dirà. Senza porsi il problema, appunto, che domani non ce ne potrà essere un altro.

    Che cosa ci lascia? La consapevolezza di una interruzione culturale fra passato e presente, la retorica celebrativa e i pentimenti tardivi di chi lo insultava ieri per le sue idee politiche o lo accusava di calligrafismo, l’abbraccio della sua città di Firenze e il silenzio della sua dimora romana sull’Appia Antica che già con lui presente viveva di ovattati rimandi allo studio creativo. Ci lascia, naturalmente, gli allestimenti trionfali nei teatri planetari, dalla Scala al Met, dalla Fenice all’Opéra National de Paris, la lezione di Luchino Visconti, l’inclinazione scespiriana, il tocco da Maestro anche nel cinema (ho avuto il privilegio di collaborare con lui nel 2002, durante la preparazione, le  riprese e una scintillante anteprima mondiale a Parigi di Callas Forever con Fanny Ardant), quel modo d’essere speciale e in qualche modo ultraterreno che è prerogativa dei genii capaci di attraversare, interpretandoli in modo superiore, due secoli tanto drammaticamente diversi fra loro. Di tutto questo fenomeno non potremo che percepire l’assenza e l’impossibilità di riprodursi.