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    Francesco De Francesco: “Vi presento il mio Aquaman”

    Fotografia: A destra Francesco de Francesco

    di Francesco Di Brigida

    Il primo giorno del 2019 esce nelle sale il nuovo cinecomic targato DC Comics e Warner Bros. Aquaman aspira a diventare un pezzo importante del mondo supereroistico, sia per le messe in scena gonfie d’azione e computer grafica, che per il protagonista impostosi al pubblico come nuova star nel panorama hollywoodiano. Jason Momoa, attore delle Isole Hawaii nei panni di Aquaman, nella versione italiana del suo nuovo film viene doppiato da Francesco De Francesco. Abbiamo incontrato l’attore e ci ha parlato del lavoro sulla voce per interpretare al meglio il Re di Atlantide.

    Come sei stato scelto per il ruolo di Aquaman?

    “Avevo già fatto alcuni trailer di Justice League, dopodiché mi hanno voluto ai provini insieme ad altri due colleghi. Sono stato scelto, credo, in base a un altro film dell’Universo DC Comics. In Suicide Squad avevo fatto Capitan Boomerang, l’attore era Jai Courtney. Era un personaggio un po’ laido, ubriacone, criminale. Nonostante la parte fosse piccola Massimiliano Alto, il direttore di doppiaggio, mi disse: ‘Sei stato la rivelazione di questo cast’. Gli attori originali erano stati seguiti tutti da un vocal coach, così la sua interpretazione risultava sporca, dalla voce molto roca, di gola. E noi seguimmo quella direzione per il doppiaggio”.

    L’approfondimento del suono vocale lo hai spinto al massimo con Jason Momoa. Come hai lavorato per adattarti alla sua voce?

    “Per lui c’è stato un bello sforzo. Ci sono vari risuonatori: testa, maschera, petto. Capitan Boomerang era uno sforzo localizzato nella gola, mentre Aquaman ha una voce che io non uso abitualmente. Molto più profonda di almeno 3 o 4 note rispetto al range di caratterizzazioni che utilizzo più spesso al doppiaggio. A me piace molto misurarmi con sforzi particolari sulle tonalità di voce. Infatti con Momoa la difficoltà è stata per il continuo matching. Per ogni battuta, ogni anello. Era un continuo riportare la verità e la credibilità del personaggio in una gamma di note strettissima, e quindi l’anima del personaggio”.

    Questo è il tuo primo ruolo da protagonista assoluto in un blockbuster. Ma se dovessi scegliere un attore, dentro o fuori i cinecomic, chi ti piacerebbe o ti sarebbe piaciuto doppiare?

    “Nei cinecomic non saprei dire. Mi piace molto Sam Rockwell, che però credo abbia qualche anno più di me. È un attore bravissimo. Posso citarne alcuni che sono punti di riferimento nel mio immaginario. Per esempio John Cazale, il compagno di Al Pacino in Un pomeriggio di un giorno da cani. Ovviamente mi sarebbe piaciuto doppiare Pacino, ma altrettanto Cazale. Tra le due parti c’era una spalla di tale intensità che quasi rubava la scena ad Al Pacino. Questi attori così strani, con una tale verità, immersione e follia, sono quelli che mi affascinano di più. Quelli più divertenti da doppiare. Sono dei border che ti danno anche più agganci. Diventa più facile doppiare loro che un personaggio come Momoa. Perché con lui devi ricostruirlo. Aquaman è come un Khal Drogo: figo e spocchioso. Ma pure tracotante, giocoso, sornione. Diventa più complesso ricreare un suono credibile nei momenti di svolta del film”.

    Tra gli attori che hai doppiato ci sono Jesse Plemons, Eddie Marsan e Romain Duris. A quali ruoli o attori sei rimasto più affezionato?

    “A volte c’è qualcosa che ti porti a casa. Come per Romain Duris, che ho doppiato in Rompicapo a New York e adesso in Nos battailles. In questo secondo film è di un’umanità strepitosa. Fa un personaggio in continua evoluzione e in sala di doppiaggio è molto difficile ma anche favoloso ricrearlo. In quel caso hai un attore che t’insegna delle cose. Lì poi abbiamo avuto eccezionalmente anche del tempo, di solito si corre molto, e la parte mi ha costretto a lavorare su cose molto piccole, sul disarticolare, cambiare i suoni americani standard, dove c’è sempre la necessità di suoni molto puliti”.

    Di tempo ha bisogno anche il teatro, che è l’ambiente dal quale provieni.

    “Ha bisogno di tempo infinito ma soprattutto di più soldi. A meno ché non ci s’inventi una formula che richiami un pubblico e qualche numero in più, o strizzando l’occhio a un teatro più d’intrattenimento. Per fare cultura oggi bisogna essere ricchi o dei fenomeni che riescano a richiamare gente. Il teatro però è interesse, approfondimento, parlare di un argomento anche senza bisogno di uno stabile alle spalle per farti girare lo spettacolo. Io ho continuato a fare teatro fino a 4 o 5 anni fa. Il mio primo spettacolo da regista e attore s’intitolava Spara Frank. La vera storia di Franklin Ray Tucker. Per questo tipo di teatro qui in Italia c’è poco spazio. Invece ce n’è per i musical e per altri generi più commerciali”.

    Immaginando di parlare di queste cose con un bambino, come gli spiegheresti la differenza fra teatro, cinema e doppiaggio?

    “Il teatro è quella cosa che si vive con chi la sta facendo, in quel momento lì e non tornerà mai più. Il cinema è una cosa che si vede quando qualcuno l’ha già fatta e può tornare sempre. Basta premere play. Il doppiaggio è una cosa che puoi sentire, basta premere play e puoi anche non vedere. A proposito, mentre mi formavo per affinare i miei suoni toglievo il video e ascoltavo. Sentivo il bisogno pazzesco di raddrizzare i miei suoni. Un regista mi disse che un attore parte o dal fuori o dal dentro. Io per adattarmi al doppiaggio, venendo dal teatro, partii dai suoni. Per trovare un carattere l’importante è che funzioni. Può arrivare dalla memoria emotiva di Stanislawskij oppure se viene da fuori non è interessante per lo spettatore, purché tu abbia chiaro il tuo percorso e sappia che cosa stai facendo”.

    Progetti per il futuro?

    “Adesso sto facendo vita di sala. Quindi doppio tanti personaggi ogni giorno e la cosa assorbe molte energie. Non è escluso che si stiano partorendo delle cose con la mia compagna, Serena Dibiase. È una poetessa, scrive e compone sia versi che musica. Si pensa a una formula parateatrale per adesso, non ci sono ancora veri e propri progetti. Tornerei a teatro se qualcuno mi proponesse di fare un lavoro che mi permettesse anche di allontanarmi dalla sala. Ma questo significa avere una realtà produttiva dietro, e poi una situazione con le persone giuste. In teatro sono convinto che non sia il regista a scegliere l’attore, ma è l’attore che sceglie dei contesti, e quindi anche i registi. Nelle giuste situazioni penso di poter dare il massimo, e quindi anche quel pizzico di follia che è stato il mio punto di riferimento nei vari attori che ho sempre stimato, quindi i Cazale, i Pacino e i Rockwell dei quali parlavamo prima”.