fbpx

    Etica e sostenibilità trasformano la moda

    Fotografia: Ansa

    Nel 2013 la tragedia del Rana Plaza in Bangladesh sembrò determinare una inversione di rotta dell’industria della moda, dopo che venne alla luce il lato oscuro delle produzioni a basso costo nei paesi in via di sviluppo. I cambiamenti climatici e la pandemia hanno dato il decisivo colpo al concetto di fast-fashion e la moda ha finalmente deciso di cambiare passo.

    È passato da poco il settimo anniversario della tragedia che scosse il mondo della moda quando, il 24 aprile del 2013 un fatiscente palazzo nella periferia di Dacca crollò su sé stesso portandosi via la vita di oltre 1200 lavoratori dell’industria tessile che producevano anche per brand famosi. In quel momento molti si dolsero e batterono il petto, nacquero diversi movimenti di protesta per sensibilizzare il pubblico sul costo in termini di sfruttamento dell’industria manifatturiera.

    Forse per la prima volta a livello globale, la parola “etica” uscì dai libri di filosofia per accostarsi alla apparente superficialità del prodotto moda e finalmente si iniziò a parlare seriamente di sostenibilità.

    Negli ultimi anni poi i mutamenti del clima, con improvvise calamità naturali e repentini passaggi da siccità a nubifragi, hanno ulteriormente accentuato il campanello d’allarme che già da un po’ di tempo trillava nel tentativo di farci notare quanto importante sia il rispetto per il nostro Pianeta e per la vita stessa.

    Nell’ottica di un mondo post-coronavirus o che con esso deve gioco forza convivere, la moda etica ed ecologica è diventata una alternativa possibile e doverosa nell’approccio al consumo, soprattutto considerando che forse dovremmo rivedere il concetto stesso di consumismo.

    L’etica applicata al fashion design prevede che i metodi produttivi abbandonino il ricorso al lavoro low-cost nei paesi, che si favorisca il km zero e l’artigianato, che la qualità torni ad essere privilegiata rispetto alla quantità di abiti inusitati che riempiono i nostri armadi. L’ecologia applicata alla moda vuole che i tessuti siano naturali, cruelty-free, che non ci siano sprechi inutili di acqua e materie prime.

    Al di là dei pionieri della moda sostenibile, di coloro che per primi hanno rivoluzionato il loro modo di pensare e di disegnare abiti, ora tutti i fashion brand devono convertirsi a questo nuovo credo, cercando di coniugare appeal estetico e anima green e soprattutto comprendendo l’enorme potenziale che questo approccio può dargli per sopravvivere alla crisi del Covid-19.

    Lo hanno capito Zalando, che dal 2023 venderà solo marchi di moda sostenibile, il big brand sportswear Adidas, che passa dalla collaborazione con la eco-designer Stella McCartney alle sneakers vegane, e persino le grandi catene di distribuzione come Zara e H&M che, tra una chiusura e l’altra di store a causa della crisi, hanno comunque deciso che riconvertiranno entro il 2030 la loro produzione usando esclusivamente tessuti riciclati o ecologici.