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    È il momento di riformare il Made in Italy

    Fotografia: Ansa

    Il Made in Italy è il bene più prezioso che il nostro Paese possa avere, eppure per troppo tempo abbiamo dimenticato quanto potere abbia l’appeal del nostro gusto e del saper fare artigianale che ci ha contraddistinto nei decenni gloriosi che andavano dagli anni 50 agli anni 90.

    L’Italianità del valore estetico e della sapienza manifatturiera si è costruita in quegli anni intorno al concetto di “distretto tessile-manifatturiero”, ovvero nella localizzazione ben precisa di alcune zone industriali e artigiani all’interno delle Stivale che ben si prestavano per condizioni geografiche del territorio o per tradizione tramandata a livello familiare nel produrre determinati prodotti. Pensiamo al distretto di Carpi per la maglieria, alle lane Biellesi e alle splendide sete che colorano gli archivi tessili delle aziende che si affacciano sul Lago di Como.

    Bellezza, altissima qualità e saper fare si sono coniugati perfettamente creando il mito del Made in Italy, portando la nostra bandiera e il nostro talento in tutto il mondo. Dalla Dolce Vita alla Milano da bere, tutto quanto aveva il sapore del tricolore era sinonimo di eccellenza, di successo e di qualità di vita.

    Nell’ultima decade del 900, e soprattutto con il nuovo Millennio, la globalizzazione si è trasformata presto in una occasione golosa per delocalizzare le produzioni in paesi oltreoceano a bassissimo costo di manodopera, o in alcuni paesi dell’est europeo in cui il costo del lavoro e la tassazione ha un impatto decisamente minore.

    Inutile nascondersi dietro un dito. Sono moltissimi i marchi che ne hanno approfittato, spesso esportando il loro know-how in altri lidi per ottenere in cambio un più alto margine di profitto, smantellando la ricchezza del tessuto sociale e produttivo dei distretti tessili. Non molti invece, coloro che hanno resistito alla tentazione della delocalizzazione produttiva per rimanere fedeli alla qualità che solo una lunga tradizione come la nostra può garantire.

    Ma il fatto-in-Italia è ambito anche da marchi stranieri che, consci della altissima qualità sia delle materie prime che delle lavorazioni artigianali e industriali che siamo in grado di offrire, vengono qui a produrre le loro collezioni.

    Se, come si dice, l’unione fa la forza, è nei distretti che risiede il nostro futuro.

    Ed è giunto quindi il momento di credere nuovamente in questo potere attrattivo che può portare stilisti e designer a studiare e a lavorare con le maestranze del nostro territorio. Ma bisogna anche credere nella potenzialità dei nostri giovani creativi, che devono poter accedere al mercato tessile e alle produzioni, che devono essere supportati perché solo loro possono far tornare grande e davvero autentico il Made in Italy.