Diritti civili e sport, da Atene 1906 alla NFL

Fotografia: Una protesta fuori da uno stadio di football americano (Jeff Bukowski / Shutterstock.com)

Chi aspettava una ennesima protesta dei giocatori di football – sulla scia di quanto accaduto l’anno scorso – nella gara inaugurale della nuova stagione NFL tra Philadelphia e Atlanta (vinta 18-12 dai padroni di casa) è rimasto deluso.

Il “take a knee”, gesto di restare a sedere o inginocchiarsi durante l’inno nazionale statunitense, suonato prima di tutte le gare sportive, in segno di protesta contro il razzismo e la violenza della polizia contro i neri d’America (diventato poi una manifestazione di dissenso contro il presidente Trump che aveva invitato le Leghe professionistiche a licenziare chi lo faceva), è stato messo in pratica dal solo Michael Bennet dei Philadelphia Eagles, che ha lasciato i compagni ad ascoltare “The Star-Spangled Banner”. Lo stesso era accaduto nella preseason; in quella occasione, però, il numero 77 non si era mosso dagli spogliatoi ma era stato accompagnato nella sua protesta dal difensore Malcom Jenkins – ieri invece regolarmente in piedi – che aveva ascoltato l’inno dal tunnel d’ingresso al campo.

Questa manifestazione di dissenso – considerata da molti una terribile offesa alla bandiera stelle e strisce – risale al 28 agosto 2016, quando Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers, smise di alzarsi durante l’inno per sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti delle ingiustizie subite dalla minoranza nera nel Paese. A marzo 2017, l’atleta rimase senza contratto, fatto secondo molti conseguenza di quel gesto, imitato in seguito nei campionati di basket e baseball.

Qualche giorno fa, una nota casa di abbigliamento sportivo ha scelto l’ex atleta come testimonial della sua nuova campagna pubblicitaria, scatenando una reazione avversa dei fan del Presidente Trump sui social; nel frattempo, la causa intentata da Kaepernick contro la NFL – le franchigie della lega si sarebbero accordate per estrometterlo – sta procedendo e potrebbe addirittura avere successo.

Lo sport è stato spesso palcoscenico per mettere in campo contrasti e denunce sociali. Il primo caso alle Olimpiadi di Atene del 1906, quando il campione di salto in lungo irlandese Peter O’Connor, dopo la vittoria nel salto triplo, si arrampicò sull’albero portabandiera e fece sventolare il tricolore dell’isola di smeraldo: era stato costretto a correre indossando gli “odiati” colori dell’Union Jack (quattro anni dopo, per la stessa ragione, non partecipò ai Giochi di Londra).

Il primo gesto ripreso in mondovisione, diventato un’icona delle proteste nello sport, risale a un’altra manifestazione a cinque cerchi: Città del Messico 1968. Il 16 ottobre, Tommie Smith e John Carlos, rispettivamente primo e terzo classificato nei 200 metri, salirono scalzi sul podio, sollevando un pugno guantato di nero (simbolo del black power), tenendo la testa bassa e indossando una collanina di piccole pietre al collo (rappresentavano persone di colore morte per i diritti civili). Furono sospesi dalla squadra USA ed espulsi dal villaggio olimpico. Meno noto è che Peter Norman, l’australiano arrivato al secondo posto, partecipò a modo suo alla loro contestazione. L’atleta indossava, come i colleghi, lo stemma della Olympic Project for Human Rights e sembrerebbe che fu lui a suggerire a Smith e Carlos, che inizialmente avrebbero dovuto alzare entrambi i pugni al cielo ma avevano perso un paio di guanti, di dividersi il paio rimasto e procedere comunque nel loro intento. Il costo di quel gesto fu pesantissimo: sì qualificò ai Giochi di Monaco di Baviera nei 100 e 200 metri ma ne fu estromesso e non partecipò all’organizzazione di Sidney 2000. Norman morì 6 anni dopo (Smith e Carlos portarono la sua bara) ma solo nel 2012 arrivarono le scuse postume del Parlamento australiano.

Negli ultimi anni, gli Stati Uniti sono stati teatro di manifestazioni di dissenso per le violazioni dei diritti civili. Nel 2010, la squadra di basket dei Phoenix Suns mise sulla maglia il nome “Los Suns” in solidarietà ai latino-americani residenti in Arizona. Quattro anni fa alcune star dell’NBA, fra le quali LeBron James, indossarono una maglia con la scritta “I Can’t Breathe” “non riesco a respirare”, ultime parole di Eric Garner, un afroamericano deceduto nel corso di un fermo di polizia.

In questi giorni, si discute di come l’NFL affronterà la questione dell’inno nazionale. Recenti regole imponevano agli atleti di rimanere in piedi durante l’esecuzione, dando la possibilità a chiunque non interessato o contrario di aspettare negli spogliatoi. L’associazione dei giocatori ha poi ottenuto una sospensione della norma, parlando di violazione dei diritti degli atleti e di tribunale. Questa partita è ancora aperta.

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